Una casa con più stanze: la riforma elettorale e il rischio di smarrire gli italiani nel mondo

Una casa con più stanze: la riforma elettorale e il rischio di smarrire gli italiani nel mondo
di Gianni Lattanzio*
Ogni legge elettorale, prima di essere un insieme di formule e di soglie, è un racconto che una comunità politica fa di sè stessa: dice come intende scegliere chi la governa, quanto valore attribuisce alla stabilità e quanto al pluralismo, quanto spazio lascia al cittadino e quanto alla disciplina di partito. La riforma che da domani entra nella sua fase decisiva in Aula a Montecitorio non fa eccezione, e merita di essere letta per intero prima di soffermarsi sul suo punto più controverso.
L’impianto proposto abbandona i collegi uninominali che avevano caratterizzato l’ultimo decennio e ritorna a un sistema interamente proporzionale, temperato da un premio di maggioranza che, questa volta, non è automatico ma condizionato: scatta solo se una coalizione supera il 42% dei consensi validi in entrambe le Camere, pena il ritorno a una ripartizione puramente proporzionale dei seggi. Il premio, quando si attiva, vale settanta seggi alla Camera e trentacinque al Senato, entro un tetto massimo che nessuno può superare, per evitare che la stabilità si trasformi in un dominio senza contrappesi. Le liste restano bloccate nei collegi plurinominali, sciogliendo così, almeno in apparenza, il nodo del voto di preferenza che pure continua a dividere la stessa maggioranza: c’è chi vorrebbe restituire all’elettore la possibilità di segnare una croce accanto al nome del candidato preferito, e chi teme che questo apra la porta a logiche clientelari che la legge vorrebbe invece superare. È una tensione non ancora risolta, ed è significativo che a dividersi su questo punto non siano il centrodestra e le opposizioni, ma gli alleati di governo tra loro.
Altrettanto delicata è la scelta, inserita fin dalla prima stesura del testo, di chiedere a ogni lista o coalizione di indicare, al momento del deposito del contrassegno, il nome del candidato che si intende proporre al Capo dello Stato per la guida del governo. Una previsione che si è progressivamente irrigidita, fino a prevedere l’inammissibilità della lista che non vi si conformi, e che le opposizioni leggono come un tentativo di introdurre nei fatti un premierato che il Parlamento non ha mai approvato come riforma costituzionale. È un punto che meriterebbe, da solo, una riflessione a parte: si può rafforzare la legittimazione popolare di chi guida il governo senza toccare la Costituzione, semplicemente attraverso la legge elettorale? La domanda resta aperta, e la risposta che il legislatore le darà peserà a lungo sull’equilibrio tra Parlamento ed esecutivo.
Vi sono poi le questioni più minute ma non meno rilevanti nella pratica: l’esenzione dalla raccolta delle firme per le forze politiche già presenti in una delle due Camere, che ha suscitato le proteste di chi ne resta escluso; la possibilità, discussa ma non ancora definita, per chi vive fuori dalla propria circoscrizione di residenza da almeno nove mesi di votare dove è effettivamente domiciliato. Sono dettagli che sembrano tecnici, ma che decidono, nella realtà di milioni di persone, chi potrà competere e chi potrà votare con pienezza di diritti.
È dentro questo mosaico di scelte, alcune condivise e altre ancora litigiose, che si inserisce il nodo più delicato dal punto di vista costituzionale: la sorte della Circoscrizione Estero. La maggioranza ha presentato una proposta che ridurrebbe le attuali quattro ripartizioni continentali a due sole macroaree per la Camera – una per l’Unione europea, una per il resto del mondo – e a un’unica ripartizione coincidente con l’intera Circoscrizione Estera per il Senato. È una scelta che, dietro l’apparenza di una semplificazione amministrativa, tocca il cuore del principio di rappresentatività scolpito negli articoli 48 e 56 della Costituzione, e merita di essere osservata con lo sguardo più attento riservato alle questioni che davvero contano.
La Circoscrizione Estero non nacque per caso, né per timidezza legislativa: fu una conquista, il riconoscimento tardivo ma solenne che gli italiani nel mondo – gli emigrati di ieri, i cittadini per discendenza di oggi, chi ha lasciato il Paese per lavoro o per amore, chi non l’ha mai visto ma ne porta il nome – appartengono a pieno titolo al corpo politico della Repubblica. Le quattro ripartizioni vigenti non sono un residuo burocratico, ma il frutto di una scelta ponderata: garantire che ogni area del mondo in cui vive una comunità italiana, quale ne sia la dimensione, abbia una rappresentanza propria, sottratta alla logica pura del numero.
Un’unica circoscrizione per il Senato, che raccolga in un solo bacino elettorale l’intero pianeta, è per definizione un collegio senza volto. E anche l’area “extra Ue” pensata per la Camera – capace di comprimere in un solo perimetro le Americhe, l’Asia, l’Africa, l’Oceania – non è meno problematica: unisce comunità che non hanno tra loro nulla in comune se non la distanza dall’Italia, cancellando le differenze storiche e demografiche che la distinzione in ripartizioni aveva fin qui riconosciuto. La vastità e la dispersione geografica di un simile elettorato rendono pressoché impossibile, per chiunque si candidi, condurre una campagna capillare, incontrare le comunità, ascoltarne i bisogni concreti – dalla pensione maturata all’estero al riconoscimento dei titoli di studio, dalla rete consolare all’insegnamento della lingua italiana ai figli degli emigrati. Il legame territoriale tra eletto ed elettore, già fragile nelle attuali ripartizioni, si dissolverebbe quasi del tutto, lasciando campo libero a chi dispone di apparati organizzati capaci di proiettarsi su scala continentale o mondiale attraverso i media e le reti di partito, a scapito di quei candidati che dalle comunità locali provengono e a esse rispondono. Sarebbe, in altre parole, una vittoria della macchina sulla prossimità.
C’è poi una seconda ragione, meno evidente ma non meno grave, che riguarda la tutela delle minoranze e delle comunità di dimensione diseguale. Accorpare tutto il non-Europa in un solo contenitore, o l’intero pianeta in un’unica circoscrizione al Senato, significa calcolare i seggi sulla base della sola densità demografica: un criterio che finirebbe inevitabilmente per premiare le aree dove gli iscritti sono più numerosi, relegando ai margini le comunità più piccole e spesso più fragili, quelle che hanno maggiormente bisogno di essere ascoltate perché meno visibili nel dibattito pubblico. Sarebbe un paradosso amaro: una riforma pensata per l’ordine finirebbe per produrre una nuova, più sottile, forma di esclusione.
Non ignoro, naturalmente, l’obiezione di segno opposto, quella che invoca la discrezionalità del legislatore in materia elettorale. È un’obiezione fondata, e la giurisprudenza costituzionale l’ha più volte confermata: la scelta del sistema con cui si eleggono le Camere appartiene alla politica, non ai giudici, ed è giusto che sia così in una democrazia parlamentare. Ma la discrezionalità, per quanto ampia, non è mai discrezionalità assoluta. Essa incontra un limite preciso, che la stessa Corte costituzionale ha tracciato nel tempo: la ragionevolezza, intesa come coerenza tra i mezzi scelti e i fini che la norma stessa dichiara di voler perseguire. E il fine dichiarato dall’articolo 56 della Costituzione, nell’istituire una rappresentanza riservata agli italiani all’estero, non è la semplice attribuzione numerica di alcuni seggi, ma la garanzia che quella rappresentanza sia effettiva, riconoscibile, capace di intercettare davvero la varietà delle comunità che intende rappresentare. Una riduzione così drastica delle aree geografiche – da quattro a due alla Camera, a una sola al Senato – comprimerebbe questo pluralismo fino a renderlo evanescente, esponendo la norma non a un’astratta accusa ideologica, ma a un concreto giudizio di irragionevolezza, proprio nei termini in cui la nostra tradizione costituzionale lo ha sempre inteso: come rottura del filo che lega lo strumento normativo al suo scopo.
Riformare l’architettura della Circoscrizione Estero è legittimo, persino necessario, se serve a correggerne le storture reali: la partecipazione in calo, le garanzie di segretezza del voto per corrispondenza, gli abusi che talvolta hanno accompagnato l’uso della preferenza. Ma riformarla svuotandola del suo significato più profondo – la vicinanza, per quanto imperfetta, tra chi vota e chi è votato – sarebbe un errore che il diritto costituzionale, prima ancora della politica, ha gli strumenti per correggere. Il Parlamento ha ancora il tempo, nelle settimane che ha davanti, per scegliere la strada della ponderazione piuttosto che quella della scorciatoia. Sta a chi scrive le leggi decidere se la Circoscrizione Estero resterà una casa con più stanze, ciascuna riconoscibile, o diventerà un unico grande atrio dove la voce di ognuno si perde nell’eco di tutte le altre.
*Segretario generale Istituto Cooperazione Paesi Esteri (ICPE)




