Le donne afghane non sono invisibili

Le donne afghane non sono invisibili
Di Sara Spoletini
In Afghanistan, la condizione delle donne è considerata da organizzazioni internazionali come una forma di “apartheid di genere”. I talebani hanno di fatto cancellato la presenza femminile dalla vita pubblica e lavorativa

E’ di qualche settima fa la notizia che la polizia morale del governo talebano ha arrestato diverse donne nella città afghana di Herat perché non rispettose del codice sull’abbigliamento. Lo riferiscono alcune fonti locali. La missione Onu in Afghanistan (Unama) ha dichiarato di essere “preoccupata per i numerosi arresti e fermi di donne a Herat, in Afghanistan, per presunta non conformità alle norme sull’abbigliamento”.
L’ufficio stampa del ministero per la propagazione della virtù e la prevenzione del vizio (Pvpv) ha dichiarato che non c’è nulla di insolito a Herat, il codice di abbigliamento “è un precetto divino e una legge vincolante, e siamo obbligati a farlo rispettare”.
Parto da qui per descrivere un viaggio fatto attraverso incontri, libri e notizie.
Non tutti sanno che l’ Afghanistan versa in condizioni di gravissima crisi economica e umanitaria, È una delle nazioni più povere del mondo, con oltre la metà della popolazione che soffre la fame e richiede assistenza umanitaria,
Sebbene l’economia di sussistenza sia basata sull’agricoltura e l’allevamento, il sottosuolo è ricco di risorse minerarie non sfruttate, tra cui rame, litio, oro e gas naturale.
Quando sentiamo parlare di questo paese la nostra memoria ci rimanda alle immagini dei telegiornali che lo vedono terreno di passaggio di carrarmati con bandiere diverse e per cause diverse, infatti Il paese è teatro di guerre continue dal 1979 (invasione sovietica, guerra civile e intervento guidato dagli USA iniziato nel 2001). Questo ha generato milioni di rifugiati, specialmente nei vicini Iran e Pakistan.
Eppure questo il paese dei mille splendidi soli è un luogo in cui le mani ancora tessono tappeti apprezzati in tutto il mondo, che raccolgono la frutta secca e fresca, che mondano lo zafferano.

Queste mani con tecniche antiche offrono al mondo i sapori di una terra che un tempo era in pace che lo stesso Khaled Hosseini descrive all’inizio del suo libro più famoso.
Attualmente autorità talebane governano secondo una rigida interpretazione della legge islamica e hanno gradualmente inasprito le restrizioni per le donne da quando sono tornate al potere nell’agosto 2021. In tutto il Paese, le donne devono essere completamente coperte quando escono di casa, e molte indossano un’abaya ampia, un velo musulmano e un velo per il viso.
La condizione delle donne in Afghanistan è tra le più critiche al mondo. Dal loro ritorno al potere nell’agosto 2021, i Talebani hanno attuato una sistematica cancellazione della vita pubblica femminile, imponendo la segregazione, l’esclusione dall’istruzione oltre la scuola primaria e il divieto di lavorare nella maggior parte dei settori.
Il regime talebano ha gradualmente introdotto decreti sempre più rigidi, che hanno azzerato i progressi degli ultimi vent’anni: e’ fatto divieto assoluto per le donne di mostrare il viso in pubblico e, in base ad ulteriori restrizioni, le donne non possono far sentire la propria voce all’esterno. Non possono viaggiare per più di 75 chilometri o uscire di casa se non accompagnate da un mahram (un parente maschio stretto). Le ragazze sono escluse dalle scuole secondarie e dalle università. Le donne sono state rimosse da quasi tutti gli impieghi pubblici e privati. Vige l’obbligo di indossare indumenti che coprano interamente il corpo; la mancata osservanza comporta arresti e detenzioni.
Mi sono sempre chiesta se alla fine ci si abitua ad indossare quella che sembra una corazza, se ci si abitua ad essere invisibili e se anche i sogni diventano grigi, lontani, e se il mondo visto attraverso il burqa sia solo un insieme di piccoli puntini e se poi anche i pensieri e i sogni si immaginano così: un insieme di punti attorno al quale ci puoi mettere la fantasia o se la fantasia sia propria quella volontà di vedere l’insieme. Mi chiedo se si può sorridere sotto il velo che copre il viso, se si diventa insomma, quello che alla fine gli altri vogliono che diventiamo.
Vengo a sapere che recentemente che 30 macchine da cucire, ciascuna del valore di 3.150 Afghani, sono state distribuite dalla comunità afghana in Italia alle vittime del terremoto di Kunar, in Afghanistan. Le vedove e gli orfani dell’Afghanistan hanno bisogno del nostro e del vostro continuo sostegno per offrire loro opportunità di lavoro e aiutarli a ricostruire le loro vite.
Il messaggio è chiaro: non c’è rassegnazione ma bisogna dare speranza e la speranza si dà quando credi nel futuro, nella possibilità di cambiare il presente e in questo caso quando sei disposto a vedere quelle che molti hanno rese invisibili.
Mi metto in contatto con la comunità afghana in Italia e ad accogliermi è Jamal Idrees, vicepresidente, da 15 anni operatore interculturale, inoltre all’interno dell’Associazione Uniti per Unire è responsabile del coordinamento dei rifugiati.
Il cielo su Roma è di un azzurro terso e il sole fa capolino in un sabato primaverile, Idrees sorride ed accetta di rispondere a qualche domanda.
Parla del suo paese di origine come un soldato in guerra parla della fidanzata che ha lasciato a casa, ogni parola è scelta con cura, e quello che noto è la volontà di farmi fare un viaggio.
Gli chiedo” L’Afganistan è noto alla maggior parte della popolazione per essere stato territorio di guerra, poi per i talebani, poi per la situazione marginale in cui vivono le donne, ma com’è veramente questo paese? Quale è il suo cuore, quali sono i paesaggi che vorrebbe mostrarmi per farmelo conoscere, quale cibo mi offrirebbe, quale musica mi farebbe ascoltare?”
Jamal Idrees:
“cercherei di portarti oltre l’immagine della guerra e mostrarti il suo “cuore”, che è fatto di storia antichissima, paesaggi spettacolari e una cultura sorprendentemente ricca.
L’Afghanistan è stato per secoli un crocevia di civiltà lungo la Via della Seta. Qui si sono incontrate culture persiane, turche, indiane e greche (dai tempi di Alessandro Magno). Il cuore del paese è nelle sue comunità: ospitalità profonda, senso dell’onore, rispetto per gli ospiti. Anche in condizioni difficili, l’idea di accogliere chi arriva con tè e pane è centrale.”
Mi accorgo che nel suo modo di voler farmi capire c’è tanta cordialità, una cordialità antica che è tipica di ha cura di un ospite.
Indrees continua con occhi sognanti dicendo” I paesaggi che ti mostrerei
sarebbero lontano dalle immagini di distruzione come
le montagne selvagge e maestose dell’Hindu Kush,
Iilaghi turchesi di Band-e Amir, tra i più belli dell’Asia, le valli verdi del Panjshir, le antiche città come Herat e Balkh, piene di storia e poesia.”
Non si può conoscere un Paese se non se ne conoscono i profumi e i sapori, perché raccontano la storia di chi in quel paese si è adattato all’ambiente e allora Jamal Idrees prosegue:”Il cibo che ti offrirei rientra in quella cucina semplice ma ricca di sapore: il Kabuli pulao, riso con carne, carote e uvetta, considerato il piatto nazionale; i ravioli al vapore chiamati mantu; il pane naan cotto nei forni di argilla; thè verde o nero, sempre presente, simbolo di convivialità, tutto con un sottofondo di una musica fatta di suoni malinconici e profondi segnate dalle note del rubab, uno strumento tradizionale, spesso chiamato “il leone degli strumenti”, ti farei ascoltare le canzoni di Ahmad Zahir, amatissimo e simbolo culturale e le melodie popolari che raccontano amore, esilio e bellezza”
Lo fa veramente e la nostra intervista continua sulle note di una canzone del famoso cantante afghano in cui si riconoscono in apertura le note del rubab.
Sara: ”Quale è la situazione delle donne afgane oggi?”
Jamal Idrees:” la situazione delle donne nell’Afghanistan oggi (2025–2026) è considerata da molte organizzazioni internazionali una delle più gravi al mondo. Per capirla davvero, bisogna tenere insieme due cose: le restrizioni durissime imposte dal regime dei talebani e, allo stesso tempo, la resistenza quotidiana delle donne stesse.”
Le donne afghane hanno una vita con diritti fortemente limitati. Dopo il ritorno al potere dei talebani nel 2021, sono state introdotte norme che hanno cambiato radicalmente la vita femminile in vari ambiti della vita sociale infatti
alle ragazze è vietato studiare oltre i 12 anni e l’accesso a università e scuole superiori è stato bloccato; Molte professioni sono proibite, soprattutto nel settore pubblico e nelle ONG, sono escluse quasi completamente dalla politica e dalle istituzioni. Ma in ambito privato le cose non vanno meglio:
spesso le donne devono essere accompagnate da un uomo per spostarsi.
Jamal Idrees:” In pratica, le politiche attuali mirano a escludere le donne dalla società visibile: circa il 78% delle giovani donne non studia né lavora
Solo una donna su quattro partecipa al lavoro Il paese ha uno dei più grandi divari di genere al mondo (circa 76%) e le conseguenze sono anche pratiche: meno laureate in medicina, meno insegnanti, meno servizi per tutti. Un rapporto recente avverte che entro il 2030 potrebbero mancare decine di migliaia di professioniste essenziali. Le donne afghane subiscono un forte controllo sociale e violenza che passano attraverso codici di abbigliamento obbligatori, sorveglianza e repressione delle proteste, arresti e violenze contro attiviste e giornaliste.
Alcuni nuovi provvedimenti legali hanno addirittura peggiorato ulteriormente la loro condizioni, rafforzando le disuguaglianze”
Dopo un breve minuto di silenzio sento vibrare la sua voce come il rubab e allora continua speranzoso: ”Ma non è solo una storia di vittime.
E qui c’è una parte importante, spesso meno raccontata. Nonostante tutto molte donne continuano a lavorare informalmente, organizzano reti di solidarietà protestano, anche rischiando la vita cercano istruzione clandestina. Come sottolineano diversi rapporti, non sono passive: resistono, si aiutano, cercano spazi di libertà anche minimi”
La domande che segue mi esce spontanea: “Se si potesse descrivere il carattere della donna afgana con tre aggettivi, quali userebbe?
Jamal Idrees: “È una domanda delicata, perché nessun popolo — e nessuna donna — può essere davvero racchiuso in tre parole. Però, se dovessi scegliere tre aggettivi che emergono spesso dai racconti, dalla storia e dalla realtà quotidiana delle donne in Afghanistan, sceglierei questi:
Resilienti perché nonostante vivano in condizioni difficili, spesso con diritti limitati, eppure continuano ad andare avanti: studiano quando possono, lavorano anche in modo informale, tengono insieme famiglie e comunità. La capacità di resistere senza cedere è forse il tratto più evidente.
Coraggiose: il coraggio non è solo nelle proteste visibili, ma anche nei gesti quotidiani: uscire di casa, insegnare di nascosto, esprimere un’opinione. In un contesto restrittivo, anche azioni normali possono richiedere grande forza.
Dignitose perché nonostante le difficoltà, molte donne mantengono un forte senso di dignità personale e culturale. Nella cura della famiglia, nelle tradizioni, nel modo di stare al mondo, c’è una fierezza silenziosa che resiste.”
Sara: “Quanto è importante la comunità internazionale in questo momento per dar voce alle donne afgane?”
Jamal Idrees: “La comunità internazionale oggi ha un ruolo decisivo per le donne in Afghanistan, soprattutto perché all’interno del paese gli spazi di libertà sono estremamente ridotti. Però il suo impatto dipende da come agisce, non solo dal fatto che agisca.
Perché è fondamentale, senza pressione esterna, la situazione rischia di peggiorare o restare invisibile. Organizzazioni come UN Women e Amnesty International documentano violazioni e tengono alta l’attenzione globale, le istituzioni internazionali possono esercitare pressione diplomatica sui talebani
I media e le ONG danno voce a chi non può parlare liberamente dentro il paese. In breve: senza questo sostegno, molte storie non uscirebbero mai dai confini afghani. Ma non basta “parlare”. C’è anche un limite importante: la comunità internazionale non può sostituirsi alle donne afghane.
Se l’intervento è solo simbolico o superficiale: rischia di diventare retorica
può essere ignorato dal potere locale non cambia concretamente la vita quotidiana. Per essere davvero utile, deve:
sostenere economicamente programmi locali (istruzione, salute, lavoro)
proteggere attiviste e rifugiate ascoltare le donne afghane, non parlare al loro posto.
Un equilibrio difficile. Qui sta il punto centrale: la comunità internazionale deve amplificare, non sostituire. Le donne afghane non sono senza voce — spesso non hanno modo sicuro di farla arrivare lontano. Il ruolo esterno è proprio questo: creare quello spazio”
Sara “L’emancipazione delle donne in molti paesi si è raggiunta con la macchina da cucire, è così anche per le donne afgane?”
Jamal Idrees: ”In molti contesti storici, anche in Europa, strumenti come la macchina da cucire hanno dato alle donne una prima forma di autonomia economica, permettendo di lavorare da casa e guadagnare senza dipendere totalmente dagli uomini.
Per le donne in Afghanistan, succede qualcosa di simile… ma non basta per parlare di vera emancipazione. La macchina da cucire può dare autonomia (limitata) perché in Afghanistan, cucire è una delle attività più diffuse tra le donne visto che: può essere fatta in casa, quindi accettata anche in contesti molto conservatori ,permette di guadagnare qualcosa (vestiti, ricami, abiti tradizionali), non richiede accesso a spazi pubblici o istruzione avanzata.”
Sara :”Ci parli del progetto attraverso il quale, un anno fa, si è fatto dono alle donne di macchine per cucire.”
Jamal Idrees:” Molte ONG e progetti locali hanno distribuito macchine da cucire proprio per questo: creare micro-indipendenza economica.
Ma non è emancipazione completa. Il punto chiave è questo: guadagnare qualcosa non significa essere libere. Ci sono limiti forti: il lavoro resta spesso invisibile e poco pagato, le donne non controllano sempre il denaro guadagnato e soprattutto avere la macchina da cucire non cambia l’accesso a istruzione, diritti o libertà di movimento, resta confinato nello spazio domestico. In altre parole: la macchina da cucire può aiutare a sopravvivere, ma difficilmente trasforma la posizione sociale.
Una differenza importante rispetto ad altri paesi
In molti paesi, la macchina da cucire è stata un primo passo verso:
lavoro fuori casa, istruzione diritti civili.
Oggi in Afghanistan, invece, spesso è: una delle poche opzioni rimaste, non l’inizio di un percorso più ampio. Quindi? La risposta più onesta è:
Sì, può dare un minimo di autonomia e dignità ma da sola non porta emancipazione.”
Chissà se l’invisibilità potrà mai trasformarsi in una forza ma io ho scelto di non considerare le donne afghane invisibili ma di farle conoscere per la loro forza e di combattere al loro fianco nella lotta dei diritti umani.




