Rigore, interdisciplinarità e diplomazia scientifica: dialogo con la Dr. Hamida Ouled Slimane

Rigore, interdisciplinarità e diplomazia scientifica: dialogo con la Dr. Hamida Ouled Slimane

E’ insolito l’incontro con la Prof.ssa Hamida Ouled Slimane, decidiamo di farlo a Parigi, in un momento in cui il caldo estivo ha deciso di dare una tregua ai parigini e ai turisti. Ci incontriamo davanti al Museo d’Orsay e mentre facciamo la fila per il biglietto iniziamo a parlare della bellezza in senso artistica e di come questa idea di perfezione abbia plasmato la cultura, le arti e anche la scienza. Si le scienze, prerchè proprio il concetto di bello porta inequivocabilmente ad assimilarlo al concetto di sano e la sanitàha tanti risvolti in medicina, in sociologia, in psicologia. Parliamo della complessità di ogni individuo e della sua storia,delle sue relazioni e del contest sociale in cui vive e la sfida è cogliere ogni aspetto che ne fa un individuo.
Mentre saliamo inizio a chiedere:
“Dottoressa Ouled Slimane, ci parli del suo percorso professionale e dei principali ambiti di interesse scientifico”
H.O.S. “Il mio percorso nasce e si sviluppa nel punto d’incontro tra neuroscienze cliniche e forensi, neuropsicologia del trauma e neurologia comportamentale. Mi interrogo su come i processi biologici, cognitivi ed emotivi si intreccino nel dare forma al funzionamento di ciascuno di noi.
Ciò che mi guida è il desiderio di comprendere in che modo fattori neurobiologici, esperienze traumatiche, condizioni ambientali e legami relazionali possano interagire con lo sviluppo e con l’equilibrio psicofisiologico della persona. Sono convinta che il comportamento umano si lasci leggere solo attraverso uno sguardo integrato, capace di mettere in dialogo le evidenze neuroscientifiche con la dimensione psicologica, fisiologica e contestuale, e di sottrarsi alle semplificazioni.”
Ci distraiamo un attimo guardano le sculture, quelle del ‘900 le guardiamo attentamente, imponenti, corpi scolpiti eppure ci soffermiamo sul viso, notando l’inespressività che percepiamo come tristezza, isoddisfazione. Ci guardiamo, interrogandoci sul perchè.
Chi ha il coraggio di farsi domande lo avrà pure per trovare le risposte.
Lei prosegue:
“Dalla convinzione di integrare più ambiti discendono i miei ambiti di lavoro: la neuropsicologia clinica del trauma, la neurologia comportamentale, la medicina funzionale posturale, la neurocriminologia, la psicosessuologia e la psiconcologia. Ciascuno ha il proprio metodo e le proprie competenze, che rispetto profondamente; a unirli è l’idea che la persona vada compresa nella sua interezza.”

Continuaimo la passeggiata e le chiedo di farmi degli esempi.
Lei osservando le opera scultoree come se le stesse analizzando con vari strumenti diagnostici mi spiega:
“Per esempio: in psicosessuologia mi interessa la trama che lega affettività, sessualità, relazioni e funzionamento psicofisiologico: la sessualità non è soltanto biologia, ma porta con sé la storia di una vita, la qualità dei legami, l’immagine che ciascuno ha di sé. Studiarla richiede sensibilità clinica, rigore metodologico e attenzione alla biografia individuale.
In psiconcologia guardo alle dimensioni psicologiche, comportamentali e relazionali dell’esperienza oncologica. Diagnosi e cura portano con sé un carico emotivo che si riflette sulla qualità della vita, sugli affetti e sulle strategie di adattamento; integrare competenze oncologiche, psicologiche e di sostegno consente una presa in carico più completa, nella chiara distinzione tra accompagnamento psicologico e trattamento della patologia organica.
Tutto ciò si radica in una concezione della salute come intreccio di funzionamento biologico, esperienza soggettiva e contesto di vita: dimensioni che dialogano senza sovrapporsi. La formazione in psicoterapia esistenziale neo-esistenziale arricchisce questo sguardo, portandomi a interrogare il significato dell’esperienza e il modo in cui ciascuno interpreta la propria storia.”
Siamo di fronte a Ugolino di Jean-Baptiste Carpeaux, ci giriamo intorno inorridite.Lei prosegue
“ Come nei musei, al centro di questo sguardo c’è sempre la persona, intesa come essere umano nella sua interezza: donna, bambino, uomo, famiglia. Dietro ogni dato biologico, ogni comportamento e ogni trauma c’è qualcuno da proteggere; per questo non mi occupo soltanto della madre e del figlio, ma della tutela dell’essere umano in generale.”
Le chiedo se è difficile farlo da sola e mi risponde:
“Accanto alla clinica e alla ricerca coltivo la cooperazione internazionale e la diplomazia scientifica, convinta che il dialogo tra professionisti, associazioni, istituzioni e mondo accademico sia esso stesso una forma di conoscenza. Sono fondatrice e CEO di Gaudium e svolgo la mia attività tra Francia e Italia.”
Entriamo nella parte destra della mostra, quella dedicate ai primi impressionisti, notiamo non solo l’uso di colori vivi, ma anche una sorta di realtà parallela l’artista ci fa vedere il suo punto di vista su paesaggi, donne, particolari. Questo è il senso della modernità, cogliere il valore delle cose e avere il coraggio di interpretarle e poi mostrarle. Sorridiamo. Riflettiamo.
Poi le domando:
“ Quali sono i traguardi più significativi raggiunti nel suo percorso?”
Più che ai singoli traguardi, guardo a ciò che mi hanno permesso di costruire: un equilibrio tra ricerca scientifica, responsabilità istituzionale e cooperazione interdisciplinare.
Sono Vicepresidente internazionale di PSAF International, Associazione Scientifica Professioni Sanitarie Assicurative Forensi, e partecipo alle sue attività associative e scientifiche anche in Francia. Sono inoltre esperta indipendente della Commissione europea, un ruolo che vivo come responsabilità di metodo prima ancora che come titolo.
Dedico gran parte delle mie energie alla ricerca: lavoriamo a un progetto di neurobiologia gestazionale che indaga i rapporti tra stress in gravidanza, esposizioni avverse, regolazione neuroendocrina e sviluppo neuropsicologico.
Una parte importante di questo cammino è il confronto con il professor Raffaele Zinno, presidente di PSAF International: tra noi si è creata una sinergia personale e professionale fondata su interessi di ricerca condivisi, sulla progettazione comune e sul desiderio di far dialogare le discipline.”
Incuriosita le chiedo: “chi è il prof. Zinno?”
“Il professor Zinno è un medico legale di grande competenza e di notevole rigore: ha la rara capacità di guardare ai fenomeni clinici con l’occhio di chi deve renderli oggettivabili e comprensibili, e di costruire ponti tra medicina, neuroscienze e ambito giuridico. Con lui ho condiviso diversi lavori scientifici, tra cui quelli sulla violenza come fattore di rischio in gravidanza, sugli effetti sul lobo frontale e sulle dipendenze patologiche, e il suo contributo è stato prezioso per dare solidità e prospettiva medico-legale alla nostra ricerca.”
Insist e chiedo:”tutto questo lavoro dove l’ha portata”
Nel frattempo ci spostiamo sul lato sinistro della mostra pittorica, ci troviamo ad ammirare scen di vita semplice ma anche momenti della vita di Cristo, anche qui capiamo la complessità e la varietà non solo del singolo ma di tutto il genere umano.
Lei riprende:
“Ho preso parte a momenti di organizzazione, di divulgazione e di confronto istituzionale, come l’evento al Parlamento Europeo a Strasburgo del dicembre 2025, che considero preziosi per portare temi scientifici complessi davanti a interlocutori istituzionali e professionali. Guardo con particolare attenzione al contesto accademico Africano: nell’ambito del progetto di ricerca associato all’Università di Yaoundé I mi è stato affidato l’incarico di Ambasciatrice Scientifica.
Vedo tutto questo come un cammino in divenire, il cui valore si misura sulla qualità delle collaborazioni, sulla solidità di ciò che si realizza e sul contributo reale alla conoscenza.”
Il divenire è il modo di mettersi in gioco accettando I cambiamenti.
Intanto capiamo che il bello può avere varie accezioni, ed è interpretabile, ma quello che ci piace è capire attraversol’arte la società e il singolo insieme. L’artista interpret ail magnifico mondo che è già lì.
Così immagino Hamida a lavoro, una scienziata che con metodologia scientifica e l’uninone di varie discipline costruisce un quadro clinico.
La scienza, come l’arte,non può essere chiusa in confine nazionali; così, conoscendo i suoi impegni internazionali le chiedo:
“Che cosa significa per lei la diplomazia scientifica?”
Risponde con energia vitale:
“Per me la diplomazia scientifica è un linguaggio comune: lo strumento con cui conoscenza, ricerca e cooperazione tra istituzioni costruiscono dialogo oltre i confini.
In un tempo di sfide sanitarie, sociali e tecnologiche complesse, la scienza può tessere relazioni che attraversano frontiere geografiche e disciplinari. Condividere competenze e progettare insieme permette di comprendere problemi che una prospettiva soltanto nazionale non riuscirebbe ad abbracciare.
La intendo in tre direzioni: la ricerca al servizio delle relazioni internazionali, la cooperazione tra comunità scientifiche, il dialogo tra istituzioni per iniziative fondate sulle evidenze. È una prospettiva che nasce dalle neuroscienze cliniche e forensi e dalla ricerca interdisciplinare, e che mi porta a costruire ponti tra realtà europee e africane.
Credo che la cooperazione sia credibile solo se poggia su basi concrete: obiettivi condivisi, responsabilità chiare, trasparenza, rispetto delle differenze culturali e verifica dei risultati. Non si esaurisce nella rappresentanza formale, ma vive di collaborazioni effettive e durature.
Credo inoltre nella responsabilità del comunicare: presentare la scienza con onestà, senza trasformare le ipotesi in certezze né attribuire a un progetto risultati non ancora verificati. Desidero contribuire a una rete internazionale in cui ricerca, istituzioni e professionisti si incontrino sulle questioni di interesse scientifico e sociale, nel segno del rigore e della reciprocità.
Per questo guardo a PSAF come a una realtà che crede nell’evoluzione scientifica: la cooperazione internazionale è uno dei modi con cui la scienza si rinnova, mettendo a confronto metodi, esperienze e sguardi diversi.”
La incalzo e le chiedo:
“ Qual è il ruolo di PSAF International nel suo percorso?”
Ci pensa un attimo, come a voler sintetizzare pur sapendo che non ce la farà, poi risponde:
“PSAF International, Associazione Scientifica Professioni Sanitarie Assicurative Forensi, è accreditata dal Ministero della Salute ed è iscritta al Registro per la trasparenza del Parlamento Europeo. È la mia casa scientifica e istituzionale: un luogo in cui le professioni sanitarie e medico-legali si confrontano e si approfondiscono a vicenda, nella convinzione che i casi complessi richiedano sguardi clinici, neuropsicologici, medici e forensi capaci di dialogare.
Il tratto in cui più mi riconosco è la fiducia di PSAF nell’evoluzione scientifica. PSAF crede che la scienza non sia un patrimonio chiuso e definitivo, ma un processo in continuo divenire, che si rinnova attraverso nuove evidenze, nuove domande e il coraggio di rimettere in discussione anche le proprie certezze.
Questa convinzione si traduce in un atteggiamento concreto: aggiornamento costante, revisione critica delle ipotesi, formazione continua dei professionisti e disponibilità ad accogliere paradigmi nuovi quando poggiano su basi solide. Per PSAF evolvere non significa inseguire le mode né improvvisare, ma far crescere la conoscenza con metodo, verificando ciò che si afferma e dichiarando con onestà ciò che ancora non sappiamo.
In quest’ottica l’evoluzione scientifica passa dal dialogo. Mettere a confronto le professioni sanitarie, medico-legali e neuroscientifiche, e far incontrare ricerca, clinica e istituzioni, anche in sedi europee, è per PSAF il modo di trasformare le conoscenze in strumenti utili e di evitare che le discipline restino chiuse nei propri linguaggi.
Credo, infine, che l’evoluzione della scienza abbia senso solo se è al servizio dell’essere umano: la ricerca deve poter diventare tutela, prevenzione e cura per la donna, per il bambino, per l’uomo e per la famiglia. È questa la direzione in cui PSAF, con il suo presidente e con i suoi professionisti, sta lavorando, e in cui mi riconosco pienamente.
Come Vicepresidente internazionale mi impegno a far crescere le relazioni scientifiche, a sostenere la progettazione di iniziative e a favorire la collaborazione tra professionisti e organizzazioni, in sintonia con il presidente, il professor Zinno.
Alla guida di PSAF International il professor Zinno è per me un punto di riferimento: la sua esperienza e la sua lucidità nel coordinare professionisti di discipline diverse sono ciò che permette all’associazione di restare ancorata alla qualità scientifica e alla serietà metodologica, pur con lo sguardo sempre rivolto al futuro.
Credo che un’associazione scientifica debba custodire qualità, trasparenza, rigore metodologico e rispetto delle competenze di ciascuno. In PSAF trovo lo spazio in cui l’impegno istituzionale e lo sviluppo della ricerca possono crescere insieme, dando forma a una cultura interdisciplinare.”
Decidiamo di fare un pausa caffè dell’orologio, ho ancoraa tante cose da chiederle e lei sembra felice di raccontare con orgoglio tutto quello che è riuscita a fare.
Finalmente sedute le chiedo:
“Lei ha ideato il progetto di ricerca sulla “Neurobiologia Gestazionale” ce ne parla?”
Si
“Il progetto nasce dall’esigenza di comprendere meglio le possibili relazioni tra stress in gravidanza, violenza prenatale, meccanismi neuroendocrini e traiettorie di sviluppo neuropsicologico.
La gravidanza è un tempo biologicamente straordinario: il sistema nervoso fetale attraversa finestre di sviluppo sensibili, nelle quali interagiscono fattori genetici, epigenetici, endocrini, placentari, metabolici e ambientali. La letteratura ha esplorato le associazioni tra stress materno, regolazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, segnalazione glucocorticoide, funzione placentare e sviluppo successivo, descrivendo meccanismi articolati i cui effetti variano con la durata e l’intensità dell’esposizione, con il periodo gestazionale e con le condizioni individuali e ambientali.
Entrando nel dettaglio dei meccanismi, l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) nasce da una cascata che parte dal nucleo paraventricolare dell’ipotalamo, dove viene prodotto il CRH, e giunge alla corteccia surrenale, che rilascia il cortisolo. Se nello stress acuto questo sistema è adattivo, nello stress cronico, come nella violenza persistente, può diventare un mediatore di alterazioni neurobiologiche. In gravidanza un ruolo chiave spetta alla placenta, che non è un semplice filtro passivo ma un sistema regolatore attivo: l’enzima 11β-HSD2 converte il cortisolo materno attivo in cortisone inattivo e protegge così il feto. La letteratura indica che lo stress materno cronico può ridurne l’espressione e l’attività, con una maggiore esposizione fetale ai glucocorticoidi, i quali possono influire su differenziazione neuronale, mielinizzazione e sinaptogenesi in regioni ricche di recettori glucocorticoidi, come ippocampo, corteccia prefrontale e amigdala.
In questo quadro assume particolare rilievo il locus coeruleus, nucleo noradrenergico del tronco encefalico che regola arousal, vigilanza, attenzione e risposta allo stress, e che durante lo sviluppo fetale è sensibile ai livelli di glucocorticoidi e catecolamine. La nostra ipotesi di lavoro è che un’attivazione precoce eccessiva possa orientare il sistema verso un’iperreattività allo stress, a scapito delle strutture corticali deputate al controllo esecutivo, in particolare la corteccia prefrontale dorsolaterale, che matura lentamente ed è perciò particolarmente vulnerabile. Secondo i modelli di calibrazione adattiva si tratterebbe di una risposta in origine adattiva a un ambiente percepito come minaccioso, ma che può esporre a iperarousal persistente e a vulnerabilità ansioso-depressiva. A ciò si aggiungono i meccanismi epigenetici, come la metilazione del gene NR3C1, che codifica il recettore dei glucocorticoidi: una sorta di “firma biologica” dell’ambiente di sviluppo. Anche il momento dell’esposizione conta, perché esistono finestre sensibili e i dati disponibili indicano che il secondo e il terzo trimestre possono avere effetti diversi.
Nel nostro lavoro a questa base uniamo una prospettiva clinica e medico-legale, per capire come i fattori prenatali possano essere studiati in rapporto al funzionamento neuropsicologico successivo.”
Il tema è di attualità, infatti la violenza di genere è uno dei fenomeni sociali che si manifesta in ogni Paese, in ogni cultura, e purtroppo ad esserne vittima sono anche le donne in gravidanza.
Le chiedo se gli effetti della violenza sulla madre sono percipi anche dal bambino nel suo grembo e lei mi risponde:”
Rivolgo un’attenzione particolare alla violenza in gravidanza, che chiama in causa la salute e la sicurezza della donna, le conseguenze dello stress e il contesto in cui la gestazione si svolge; accanto a essa considero altri fattori di sviluppo (nutrizione, sonno, contesto familiare, condizioni socioeconomiche, qualità delle relazioni, opportunità educative) che concorrono, per vie diverse, al funzionamento individuale.
Non partiamo dall’idea che un’esposizione avversa produca necessariamente una determinata conseguenza nel bambino: ci interessano le associazioni e i meccanismi plausibili, e vogliamo sapere con chiarezza quali evidenze esistano e quali richiedano ulteriori verifiche.
In Tunisia abbiamo svolto attività di osservazione e valutazione multidisciplinare con bambini, famiglie e professionisti di vari settori. I dati raccolti saranno analizzati alla luce della metodologia adottata, della qualità della documentazione e dei limiti del campione.
Sul piano medico-legale la prudenza è d’obbligo: un’associazione osservata nei gruppi non dimostra che un evento sia la causa di una condizione individuale. Servono cronologia, evidenze documentali, attenzione ai fattori alternativi e consapevolezza dei limiti degli strumenti.
Su questo versante il contributo del professor Zinno è per me fondamentale: la sua esperienza di medico legale ci aiuta a distinguere con precisione tra associazione e nesso causale e a lavorare, con la prudenza necessaria, sull’oggettivazione delle alterazioni neuro-psico-posturali, in modo che la scienza possa essere davvero utile alla tutela della persona.
Il cuore del progetto è un quadro interdisciplinare in cui neurobiologia, neurofisiologia, sviluppo neuropsicologico e medicina legale dialoghino a partire da domande di ricerca ben definite, con un fine che mi sta a cuore: comprendere meglio le conseguenze delle esposizioni avverse in gravidanza e sostenere la prevenzione della violenza e la tutela della salute materno-infantile.
Vorrei però chiarire un punto per me fondamentale: non tutelo soltanto la madre e il figlio, tutelo l’essere umano. La violenza non nasce nel vuoto, e per interromperla dobbiamo comprendere anche i meccanismi psicologici, neurobiologici e sociali che ne favoriscono l’insorgenza e la trasmissione. Le stesse neuroscienze dello stress ci ricordano che l’uomo non è un soggetto estraneo a questo quadro: nei modelli animali anche lo stress paterno lascia tracce epigenetiche misurabili, ad esempio nei piccoli RNA dello sperma, con effetti sulla reattività dell’asse HPA della prole, e la letteratura riconosce che nell’essere umano questi meccanismi non sono ancora pienamente verificati. Anche gli effetti del PTSD materno e di quello paterno sui figli sembrano seguire pattern diversi, indice di meccanismi distinti, tra cui le condizioni di accudimento oltre ai fattori prenatali. Per questo non separo la protezione della donna da quella dell’uomo, della sua salute mentale, del suo rapporto con la famiglia e della prevenzione dei comportamenti violenti. Nulla di tutto ciò è un destino: la neuroplasticità e la reversibilità delle modificazioni epigenetiche ci dicono che interventi precoci, ambientali, neurofisiologici e psicologici possono attenuarne gli effetti.”
Guardiamo un attimo I tetti di Parigi, tutto sembra calmo fuori ma noi dentro siamo scosse pensando che c’è tanto da fare, che ci sono molti problemi da mettere a fuoco, da capire per poi risolvere. C’è chi lo fa lavoraando duramente, Hamida, chi lo fa scrivendo articoli, io. Ovviamente il peso è diverso.
Continuiamo a fare le visitatrici e stavolta ammiriamo a fatica le opera pù famose degli impressionisti, tra calca, smartphone che scattano foto e commenti ad alta voce. Riusciamo comunque a rimanere abbagliate dall’uso del colore, dai paesaggi, che ci danno serenità.
Mi ha parlato spesso di sinergia interdisciplinare e allora proseguo le chiedo:
“Che cos’è Gaudium e quale visione intende sviluppare?”
Lei si ferma davanti ad un quadro di Monet:Le ninfee.
A colpirla sono I colori e il movimento catturato. Le impressioni di Monet ci piacciono. Alcuni hanno lodato la capacità di Monet di catturare la luce e i riflessi sull’acqua in modo magistrale, mentre altri hanno criticato la mancanza di definizione e la rappresentazione sfocata dei soggetti, ma nella società moderna l’uomo multitasking e impegnato in vari ruoli sociali non rischia di perdere davvero I confine del sè? Dopo queste disquisizioni
Hamida mi riporta a noi e risponde:
“Gaudium è il progetto con cui desidero dare forma a una visione integrata della valutazione funzionale e della comprensione della persona, facendo dialogare neuroscienze cliniche, neuropsicologia, psicologia e le altre competenze che di volta in volta servono. Nasce dal mio percorso ed è vicino, per spirito e metodo neo-esistenziale, alla cultura interdisciplinare di PSAF International.
Parto da un’idea semplice: il funzionamento di una persona si comprende guardando insieme più dimensioni (cognitiva, emotiva, comportamentale, fisiologica, relazionale e ambientale), con strumenti adeguati e, quando serve, con il confronto tra professionisti di aree diverse. È un approccio pensato per la persona in tutte le età e condizioni, donna e uomo, bambino compreso, da sviluppare con trasparenza e apertura alla valutazione critica.”
Siamo di fronte a Notte stellata sul Rodano di van Gogh,e affascinate dal cielo notturno ci concediamo un sorriso da sognatrici grate alla sensibilità quasi romantic dell’autore che ci ricorda che anche questo è un lato della vita.
Fa un bellissimo sorriso, di quelli contagiosi e sembra un raggio di sole.
Le chiedo:
“Perché ritiene fondamentale un approccio multidisciplinare nelle neuroscienze?”
“Le neuroscienze studiano sistemi biologici e processi funzionali che vivono in costante dialogo con l’ambiente e con l’esperienza individuale; per questo la comprensione dei fenomeni complessi chiede il contributo coordinato di più discipline.
Il sistema nervoso è legato alla regolazione endocrina e autonomica, al metabolismo, al sonno e allo stato generale di salute; al tempo stesso, le relazioni, le condizioni sociali e le opportunità ambientali possono modulare lo sviluppo e la vita quotidiana. Uno sguardo multidisciplinare consente di far convergere informazioni complementari, evitando che una sola osservazione debba spiegare tutta la complessità di un caso.
Nella pratica clinica la neuropsicologia valuta le funzioni cognitive, la psicologia clinica esplora gli aspetti emotivi e relazionali, le discipline mediche riconoscono le eventuali condizioni organiche e la medicina legale aggiunge un’analisi metodologica e documentale specifica.
Per me multidisciplinarità significa anche libertà dalle spiegazioni univoche: non tutto va letto attraverso il trauma o un’unica causa. Significa formulare ipotesi alternative e verificare i dati. Perché funzioni, la collaborazione ha bisogno di obiettivi condivisi, rispetto reciproco delle competenze, protezione dei dati e procedure trasparenti, con ogni contributo valutato nei limiti della propria disciplina.”
Riflettiamo sulpercorso degli impressionisti, come artisti, come visionary, come anticipatori e su come erano considerati nella loro epoca e di quanto oggi siano considerati.
L’Impressionismo costituisce un punto di svolta nell’arte moderna, con un focus sul rifiuto delle convenzioni accademiche e l’innovativa rappresentazione di luce e colore. Monet e Manet abbiano rivoluzionato la pittura dell’Ottocento, influenzati sia dai progressi scientifici sia dal contesto sociopolitico dell’epoca.
In questo momento ci sentiamo come Monet e Manet, o almeno vorremmo, forse lei potrebbe io sicuramente posso sogno sognarlo.
Risiamo ancora, e ancora. Tornate serie le chiedo:
“ Quali sono le principali difficoltà nella costruzione di collaborazioni scientifiche interdisciplinari?”
“Alla base di ogni collaborazione interdisciplinare c’è una sfida di traduzione: integrare linguaggi, metodi e criteri di valutazione diversi. Ogni disciplina ha strumenti propri e uno sguardo specifico; perché diventino complementari servono una domanda di ricerca chiara e responsabilità definite con precisione.
Occorre stabilire fin dall’inizio quali dati raccogliere, con quali strumenti, secondo quali criteri interpretarli e come proteggere le informazioni personali, con un’attenzione ancora maggiore quando sono coinvolti minori o persone vulnerabili.
C’è poi l’arte del dissenso scientifico: collaborare non significa convergere subito su un’unica lettura. Il confronto tra ipotesi diverse aiuta a scoprire errori, a rendere più solido il disegno di ricerca e a delimitare con onestà le conclusioni.
Una rete vive dunque non solo delle competenze dei suoi membri, ma della capacità di organizzare il lavoro, documentare le procedure e sottoporre i risultati a valutazione critica; e di tempo, continuità e una struttura che sappia reggere le attività oltre la singola iniziativa.”
Vediamo quadri I cui soggetti sono tante donne, e immaginiamo la vita delle donne dell’800, parliamo a lungo di questo, della difficoltà delle donne a ricavarsi un ruolo nella società. Hamida è sicuramente una di quelle che ha lottato per riuscirci e ha creduto tanto non solo in se stessa ma anche che le sue intuizioni sono giuste.
Le chiedo:
“Qual è il suo sogno professionale più grande?”
Sorride, con occhi sognanti e brillanti e risponde:
“Il mio sogno più grande è contribuire a una cultura scientifica che sappia far dialogare discipline diverse e trasformare questo dialogo in una comprensione migliore dei problemi umani.
Spero che la ricerca sulla violenza in gravidanza, sullo stress prenatale e sullo sviluppo neuropsicologico possa crescere attraverso studi solidi, collaborazioni qualificate e una comunicazione scientifica responsabile, e che la tutela della salute materno-infantile si fondi su evidenze, prevenzione e cura per chi è più vulnerabile, senza determinismi biologici né conclusioni che vadano oltre ciò che i dati consentono.
Questa tutela, nel mio sogno, riguarda l’essere umano nella sua interezza: la donna, il bambino, l’uomo e la famiglia. Non credo in una scienza che contrappone uomini e donne, ma in una scienza che aiuta a vedere la sofferenza prima che diventi una condanna.
Desidero rafforzare la cooperazione scientifica internazionale, in particolare tra istituzioni europee e africane, perché la condivisione del sapere generi opportunità concrete; e, sul piano professionale, far crescere una rete tra ricerca, clinica e confronto interdisciplinare, in dialogo con PSAF International, realtà che crede nell’evoluzione continua della scienza.
Il riconoscimento personale conta poco, per me, accanto alla possibilità di costruire progetti seri, verificabili e utili. Il valore di un percorso, credo, sta nella qualità di ciò che lascia e nella sua capacità di aprire nuove occasioni di ricerca e di incontro.”
La guardo, si confonde tra questi capolavori, e le chiedo:
“A quali valori non rinuncerebbe mai?”
“Non rinuncerei mai al rigore scientifico, all’integrità professionale e alla libertà di pensiero.
La ricerca chiede la disponibilità a mettere alla prova le proprie ipotesi, a riconoscere i limiti di ciò che si sa e a cambiare idea davanti a evidenze nuove o più solide. Per questo tengo distinti convinzioni personali, osservazioni cliniche e risultati verificabili, specie quando si parla di trauma, violenza, sviluppo e salute.
Un altro valore irrinunciabile è il rispetto della persona. Ciascuno porta con sé una storia che nessun sintomo e nessuna etichetta possono contenere; la responsabilità professionale è anche saper riconoscere i confini del proprio ruolo e chiamare in aiuto altre competenze quando serve.
Per questo non credo in una scienza che opponga gli uomini alle donne, ma in una scienza che tuteli l’essere umano: la donna, il bambino, l’uomo e la famiglia. Dobbiamo imparare a vedere la sofferenza prima che diventi una condanna: la donna prima che diventi vittima, il bambino prima che il trauma si trasformi in una traiettoria patologica, e anche l’uomo prima che diventi autore o vittima di una dinamica distruttiva. Proteggere una donna significa proteggere una vita; proteggere una madre e il suo bambino significa proteggere una generazione; proteggere anche l’uomo significa proteggere l’essere umano. E proteggere l’essere umano è il modo per cominciare a cambiare il futuro.
Infine, la lealtà nelle collaborazioni e la trasparenza, su cui si fondano relazioni professionali improntate al rispetto reciproco. Sono valori che contano per la crescita personale e per la credibilità della ricerca e delle istituzioni scientifiche.”
Siamo alla fine della nostra visita e dell’impressionismo Gauguin ci offer tanti spunti di riflessione.
Le faccio un’ultima domanda:
“Quali sono i prossimi obiettivi scientifici e professionali?”
“Guardo ai prossimi anni lungo tre direzioni: consolidare la ricerca, far crescere le collaborazioni internazionali, dare solidità alla mia attività professionale tra Francia e Italia.
Sul piano scientifico proseguiremo il progetto di neurobiologia gestazionale, approfondendo la letteratura, ordinando i dati disponibili e precisando le questioni metodologiche, in un confronto scientifico qualificato. Promuoveremo inoltre iniziative di sensibilizzazione sulla violenza in gravidanza e sulla tutela della salute materno-infantile, insieme a professionisti, associazioni e istituzioni.
Queste iniziative saranno pensate come una piattaforma internazionale di ricerca, prevenzione, formazione e osservazione clinica e medico-legale, rivolta alla diade madre-feto e al suo ambiente familiare, dunque anche all’uomo, alla sua salute mentale e alla prevenzione dei comportamenti violenti: per tutelare davvero la persona occorre guardare all’intero contesto in cui la violenza nasce e si trasmette.
Intendo poi dare continuità alle collaborazioni tra competenze europee e africane, con obiettivi chiari e responsabilità condivise, e definire principi metodologici e modalità di lavoro condivise con professionisti qualificati.
Sul piano professionale, accanto all’attività già avviata a Parigi, sto costruendo una sede in Calabria, nell’area prossima a Bari, con una futura estensione a Napoli: una rete tra territori diversi che mantenga al centro la qualità della valutazione, la responsabilità professionale e la collaborazione interdisciplinare.
Il mio auspicio è un percorso in cui ricerca, pratica professionale e cooperazione internazionale si sostengano a vicenda, per una comprensione più rigorosa e, al tempo stesso, più umana dei fenomeni che studio.”
La ringrazio tanto per questa chiacchierata e le auguro di realizzare tutti I suoi sogni, con la speranza di rincontrarci presto.
Ci abbracciamo.




