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“CREARE I PONTI E’ L’UNICO MODO DI FARE SOCIOLOGIA CHE CONOSCO”, intervista alla dottoressa Viorica Bunduc di Sara Spoletini

“CREARE I PONTI E’ L’UNICO MODO DI FARE SOCIOLOGIA CHE CONOSCO”, intervista alla dottoressa Viorica Bunduc
di Sara Spoletini

In Italia c’è un mondo sommerso c’è chi lavora per il benessere della società, affinchè ogni individuo trovi o ritrovi il suo posto in essa e affinchè la società si evolva velocemente spinta dai continui cambiamenti che il periodo storico, i gruppi sociali, l’economia richiedono. Chi lavora in questo settore lo fa lontano dai riflettori, perché i riflettori si accendono solo quando si hanno risultati tangibili, e questo avviene quando si progettano modelli o si sono adottate pratiche che funzionano ma non sanno quanta fatica e quanto impegno richiedono. L’impegno è frutto del coraggio e della lungimiranza di voler capire le cose stanno accadendo prima che diventino passato. La società è ora. Dinamismo intellettuale, occhio allenato, orecchio ben teso, ecco i super poteri di chi ogni giorno si occupa di società e sociale.
Decido di intervistare la dottoressa Viorica Bunduc perché lei, con il suo impegno costante sul territorio e con la sua formazione e curiosità continua ha richiamato molte volte l’attenzione sull’importanza di creare ponti per costruire una società sana, attraverso l’ascolto, la multidisciplinarietà, la progettazione.

Conosco la dottoressa Bunduc da anni e so quanto sia determinata e instancabile, anche se non dovrei rimango comunque stupita dal suo sorriso dopo ore di lavoro.
Siamo a Terni e lei ha deciso di ricevermi allo “Spazio Trama” che è un punto di incontro intergenerazionale capace di accogliere iniziative culturali, laboratori, eventi pubblici e percorsi di cittadinanza attiva. Il progetto si fonda sull’idea di una rigenerazione urbana costruita insieme agli abitanti mettendo al centro le relazioni, le competenze e la memoria collettiva. E’ nato da un patto di collaborazione tra il comune di Terni e diverse associazioni del terzo settore tra cui A.ge-Associazione Genitori di Terni.
Sicuramente questo è il frutto di un lavoro in cui lei ha creduto ed investito molto, e portarmi qui rappresenta motivo di orgoglio per la dottoressa Bunduc.
Chiedo in giro informazioni su quello che la dottoressa Bunduc fa qui e mi rispondono che in questo spazio lei si occupa di “TRAMASCOLTO” e nello specifico di ascolto sociologico, in parole povere si dedica all’accoglienza, ascolto attivo e della rielaborazione delle esperienze personali, familiari e sociali.
Rifletto sul fatto che quella che è una delle condizioni primarie dell’essere sociale la comunicazione che trova valore solo attraverso l’ascolto oggi è delegata ai professionisti. Stiamo evolvendo o no? Mi riprendo da queste domande cosmiche quando noto un gruppo di giovani che esce dalla stessa stanza dove stavo per entrare io, erano sorridenti, e ho pensato che allora “questa cosa” funziona, allora tutti i mali sono curabili, basta vederli.
Forse è per questo che la Bunduc sorride, perché sa che sta andando nella giusta direzione.
Mi piace pensare che sorride anche perché vede me, comunque mi accoglie con un’ abbraccio e poi si accomoda dietro la sua scrivania. Mi offre un caffè caldo e delle bibite fresche, perché i sociologi sanno che in ogni situazione bisogna essere preparati a tutto e al contrario di tutto.
Iniziamo dal caffè.
Mentre entrambi soffiamo sul caffè le chiedo:

“Chi è Viorica Bunduc?”

Si ferma un attimo, mi guarda, e con gli occhietti vispi accenna un sorriso.
Forse non è abituata a scoprirsi: di solito le conversazioni le gestisce lei.
Rispondo agli occhietti furbi con un’occhiata di complicità.
Ridiamo mentre il caffè traballa.
Decide di bere e poi risponde con il suo tono pacato e autorevole:

“Sono Viorica Bunduc, per i conoscenti Viola. Non è un dato trascurabile perché la traduzione del mio nome dal rumeno all’italiano è stata il primo atto di integrazione e assimilazione. Sono rumena con cittadinanza italiana. Ho conseguito la laurea all’estero in Psicologia, Sociologia e Assistenza Sociale e, come accade a molti migranti, ho faticato molto per ottenere il riconoscimento del titolo di studio. Attualmente sono Presidente della Deputazione Centro-Italia dell’Associazione Sociologi Italiani e Responsabile delle Risorse Umane dell’Associazione Genitori Terni. Soprattutto, sono mamma di due ragazzi fantastici, uno di 15 anni e una di 9.”
Sta per prendere la sua penna e la incalzo:

“ Quali sono i suoi pregi e i suoi difetti, può scegliere se considerarli a detta sua o a detta degli altri”

Intanto inizia a giocare con la penna, e prima di rispondere piega i viso e il suo sguardo sembra fare un lungo viaggio, poi sorride e risponde:

“Tra i pregi mi riconosco la resilienza, l’affidabilità, la lealtà e una naturale propensione all’ascolto attivo. Amo il lavoro di squadra e la collaborazione autentica, ma detesto i giochi di potere.
Per quanto riguarda i difetti, ammetto di essere diffidente, permalosa e talvolta impulsiva. Ho anche una certa rigidità e compostezza nei rapporti formali, un aspetto che spesso può incutere soggezione.”

Ha detto praticamente tutto quello che è in pochi secondi, come fosse una poesia imparata a memoria, come nella vita avesse dovuto sempre dimostrare di non essere di meno nonostante tutto, ed è come se ogni singolo passo con cui è arrivata ad essere la Viorica/Viola di oggi fosse una conquista.
Guardo le pareti della stanza, ci sono tante foto collegate tra loro con fili di lana di diversi colori, so che non è un gioco e rappresenta qualcosa di forte.
Le chiedo

“Quale è la sua mission?”
“La mia missione è creare ponti. Come migrante di prima generazione porto con me uno sguardo plurale, che mi aiuta a capire la complessità di chi vive tra più culture. Credo che usare la sociologia sul campo per dare voce ai giovani di seconda generazione e al loro disagio sia il primo passo fondamentale per far stare meglio le nostre comunità.”

Visto che ogni mission che si rispetti deve passare per diverse sfide e a volte tante difficoltà come ci insegnano Ulisse, Ercole, Ghandi, Martin Luther, ma anche Ipazia, Artemisia Gentileschi, Rita Levi-Montalcini, Maria Montessori e chiedo scusa a tutte le altre persone che hanno apportato un cambiamento alla storia che non ho citato:

le domando:

“Quale è la sua sfida più grande?

“La mia sfida più grande è abbattere i muri dell’invisibilità istituzionale e sociale. Tradurre la complessità dei fenomeni umani in interventi concreti, capaci di dare voce a chi non ce l’ha, senza cedere alla semplificazione o alla rassegnazione.”

La sua risposta è appassionata, e siccome so che è anche una sociologa le chiedo:

“Dottoressa Bunduc, lei è una sociologa e non solo, da dove nasce questa passione?”

Mi invita a sedermi nel salottino, ora abbiamo bisogno di bibite fresche e forse di stare più vicine.

“Nasce dalla necessità profonda di comprendere le dinamiche umane e le fratture sociali che ho vissuto e osservato in prima persona. La sociologia per me non è mai stata una semplice disciplina accademica, ma una lente d’ingrandimento per leggere il mondo, un ponte tra l’esperienza individuale e il contesto collettivo.
Nasce dal desiderio di capire come tenere insieme modi di vivere e visioni diverse, e di mettere questa consapevolezza al servizio degli altri: per accompagnare chi questa strada la sta ancora percorrendo e sostenere chi, domani, dovrà spiegare questo cammino ai propri figli.”
Il ponte può essere un qualcosa su cui si cammina oggi ma anche una costruzione che sarà utile domani.
La sociologia è presente e futuro.
Sono anni che si parla del futuro di questa disciplina, e allora le domando:

“Cosa significa essere un sociologo oggi?”

“Significa sviluppare uno sguardo capace di andare oltre ciò che la società dà per scontato, individuando le crepe nei sistemi e decodificando il cambiamento mentre avviene.
Oggi il sociologo deve uscire dalle torri d’avorio e stare sul campo. In una società frammentata, dove ogni sistema istituzionale viaggia con i propri tempi, i propri linguaggi e i propri protocolli, le persone, le famiglie e le fasce più vulnerabili rischiano di rimanere sospese in un limbo. In questo scenario, il nostro compito è creare ponti: agire come mediatori di senso, traducendo e facilitando la comunicazione tra le istituzioni e la vita reale degli individui.”

Esce fuori la sua passione, e il suo tono sembra dire che le cose sarebbero tanto facili da vedere eppure c’è chi non vuole accorgersene.
Le sue parole mi hanno portata a vedere una Viorica studentessa universitaria con tante ambizioni e nonostante le sue attività e la affermazione professionale decido di chiederle incautamente:

“Cosa si sarebbe aspettata di diventare con la laurea in sociologia?”

“Non è stata una scelta astratta, ma una necessità nata sul campo. Lavorando già come operatrice psicosociale nei progetti SPRAR, mi sono resa conto dei limiti dei protocolli psicologici tradizionali applicati a persone di nazionalità e culture diverse: ciò che ha senso per un occidentale non sempre ha lo stesso significato per chi proviene da un contesto africano o asiatico.
Ho scelto di iscrivermi all’università proprio per questo: per colmare quel vuoto antropologico, ambientale e sociologico. Speravo che questo percorso potesse aprire nuove opportunità lavorative o una carriera accademica, ma la priorità è sempre stata quella di acquisire strumenti concreti per decodificare la complessità e agire con reale efficacia sul territorio.”

Rimarca con la sua forza gentile la coerenza tra quello di cui si ha bisogno e quello che ha scelto di fare, non c’è sociologia se non si vivono i contesti sociali.
Il problema è più complesso di quanto sembra, decidiamo di passare alle bibite fresche, facendo una pausa, ci affacciamo alla finestra e mi fa vedere una scorcio della città che è anche uno scorcio sociale, mi parla di Terni, lo fa con amore e con tanta voglia di fare.
Proseguiamo i nostri discorsi su quello che si potrebbe fare e non viene fatto e la domanda vi viene dal cuore:

“Perché in Italia manca una cultura sociologica?”

Prende tempo, riflette e poi risponde dosando ogni parola

“Guardiamo spesso ai Paesi nordici o anglosassoni con rammarico, lamentandoci che da noi le cose non funzionino e che lì si investa di più nella pianificazione a lungo termine. Tuttavia, dimentichiamo che esistono realtà nel mondo in cui la sociologia non è nemmeno entrata a far parte del panorama pubblico o del dibattito civile.
Il vero paradosso italiano è un altro: gli strumenti sociologici vengono usati da chiunque. L’osservazione del territorio, le statistiche, la lettura dei bisogni e la progettazione sociale non possono essere lasciate all’improvvisazione o affidate a operatori privi di una solida formazione sociologica. Senza competenze scientifiche specifiche si rischia di ridurre la complessità a semplice burocrazia, perdendo la capacità di incidere davvero sulle dinamiche sociali.
In Italia si tende quasi sempre a privilegiare un approccio emergenziale o puramente assistenziale ai problemi sociali, trascurando l’analisi scientifica e strutturale. Mancano spazi reali di programmazione in cui la sociologia venga riconosciuta per ciò che è: una risorsa strategica per il benessere pubblico e per il welfare territoriale.”

Ci sono persone che con il loro esempio danno un segnale che ci sono cambianti sistemici da affrontare e allora, visto che in Italia nessuno, a volte neanche loro, sanno cosa fa, o potrebbe fare un sociologo le chiedo:

“Ci parli di cosa si occupa”

“Mi occupo di mediazione culturale, mediazione del conflitto e della violenza,
progettazione sociale, integrazione e migrazione, dinamiche familiari, supporto alla genitorialità e valorizzazione delle risorse umane nel terzo settore, ponendo sempre al centro l’ascolto e la centralità della persona.”

Entriamo in campo vivo, un campo in cui appare evidente che ogni membro della società ne è vincolato e parte attiva. La comunità di appartenenza definisce il singolo individuo ma allo stesso tempo lo esorta ad agire secondo le proprie particolarità. Ma non sempre avviene.”

Parliamo di conflitti, patria di tutti i mali, e alla fine chiedo:

“Nella sua carriera si è occupata spesso di giovani, che idea si è fatta delle nuove generazioni?”

“Vedo ragazzi dotati di una straordinaria sensibilità e complessità, ma spaventati dall’incertezza del futuro. Non sono apatici come spesso vengono descritti; sono semplicemente disorientati da un mondo adulto che chiede loro performance continue senza offrire punti di riferimento stabili.”

“Possiamo tentare di abbreviare dicendo che una società gassosa produce genitori e quindi figli fragili?”

“Sì, è una sintesi efficace. In una società liquida o gassosa, priva di punti di ancoraggio, di valori e regole, le ansie degli adulti si riflettono inevitabilmente sui figli. Quando la genitorialità perde i propri punti fermi, trasmette un senso di precarietà che rende i ragazzi più vulnerabili.”

A tutti i livelli i conflitti sono legati alle relazioni, quindi cerco di capire con una domanda precisa:

“Lei ha lavorato sulle relazioni, quale è il suo approccio e le situazioni che frequentemente le sono capitate?”

“Il mio approccio integra la sociologia con la consapevolezza relazionale e l’ascolto attivo. Mi trovo spesso ad affrontare incomunicabilità familiare, conflitti intergenerazionali e la fatica di gestire l’integrazione culturale all’interno del nucleo familiare, dove i figli crescono con riferimenti diversi da quelli dei genitori.”

Il tema del conflitto sociale è molto vario e le chiedo, visto che è un argomento che le sta molto a cuore:

“Si è occupata molto anche del tema della violenza di genere, cosa ne pensa?”
“Sono stata operatrice nel CAV di Terni per diverso tempo.
La violenza e l’incapacità di comunicare, è un fenomeno culturale e strutturale, non un’emergenza isolata. Nasce dall’asimmetria di potere e dal possesso. Non si combatte solo con le sanzioni, ma con un’educazione affettiva e relazionale precoce, smontando gli stereotipi fin dall’infanzia.
La violenza assistita credo sia la peggior violenza che si possa subire. “

La dottoressa Bunduc si occupa anche di informazione e divulgazione, quindi sapendo di una imminente novità editoriale le chiedo:

“So che a breve uscirà un libro scritto a 4 mani con la sua collega Patrizia di Nella, tratta il tema dei migranti, ci può anticipare qualcosa?”

“È un progetto a cui tengo moltissimo. Il testo nasce come una struttura ibrida: non è una semplice ricerca di laboratorio né un classico saggio teorico, ma un’opera che intreccia analisi e narrazione esperienziale.
Nel libro osserviamo il fenomeno migratorio da due prospettive complementari: da una parte il punto di vista di chi migra, dall’altra quello della comunità che accoglie. Andiamo oltre i numeri e le statistiche per restituire spazio ai vissuti profondi, alle identità in trasformazione e alle sfide dell’appartenenza, raccontando cosa accade davvero all’anima di chi lascia una terra per ricostruirsi altrove.
Allo stesso tempo, analizziamo con rigore le dinamiche sul campo e le attuali politiche migratorie. L’obiettivo principale del testo non è solo descrivere la realtà, ma individuarne le crepe e i nodi irrisolti per avanzare proposte concrete di trasformazione e d’intervento sul territorio come la Reciprocità. “

Sono curiosa, e le rivolgo un quesito che evidentemente, visto gli occhi lucidi che procura le tocca l’anima:

“Cosa significa essere migranti?”

“Significa sperimentare un vero e proprio modo di esistere. Chi non ha mai attraversato l’esperienza della migrazione non può comprendere fino in fondo la profonda trasformazione dell’individuo: la frattura dell’identità originaria e la continua pressione al riadattamento richiesta dal nuovo ambiente.
Per spiegarlo, mi piace usare una metafora. Essere migranti è un po’ come sradicare un albero di banano dalla Costa Rica per piantarlo in Val d’Aosta. Quell’albero non riuscirà mai più a fare le banane dolci e rigogliose del suo paese d’origine, ma non potrà nemmeno trasformarsi in un melo. Dovrà fare del suo meglio per riadattarsi, crescendo e resistendo in una terra diversa, nutrendosi del vento, del freddo e del suolo della valle, senza però mai tradire la sua vera natura di banano.
Essere migranti, alla fine, significa proprio questo: imparare ad abitare uno spazio “in mezzo”. È un continuo, faticoso esercizio di traduzione di sé, dove si perde l’illusione di un’identità unica, ma si guadagna una visione del mondo plurale, più ampia e priva di confini rigidi.”

Ridiamo sull’esempio del banano valdostano, iniziamo anche ad inventare una storia che farebbe ridere i bambini della scuola dell’infanzia, iniziamo a farci delle domande su cosa penserebbero le mele, cosa penserebbe il banano, come le sue radici non riuscirebbero a distendersi in una terra diversa, come le altre piante guarderebbero quelle foglie strane rispetto alle loro, e secondo noi qualche mela sarebbe pure invidiosa.
Silenzio.
Risata.
Sapete? La soluzione alla fine della storia è la macedonia.
Perché quando più frutti nascono nello stesso terreno, il contadino troverà sempre una ricetta per metterli insieme.
Se vi state domandando se alla macedonia abbiamo aggiunto lo zucchero, sappiate che abbiamo posizioni divergenti.
Sorridere non ci allontana dall’argomento delicato, anzi il discorso è molto sentito e allora, vista la situazione attuale, i dati che ci arrivano, visto anche la difficoltà di definire le parole “accoglienza” e “integrazione” le chiedo:

“Quali secondo lei dovrebbero essere le regole per l’integrazione sociale?”
“L’integrazione non deve mai essere assimilazione forzata né tolleranza passiva. Le regole fondamentali sono la RECIPROCITÀ, il rispetto delle leggi del paese ospitante e il riconoscimento del valore della diversità.
Serve un patto di cittadinanza fondato su diritti, doveri e pari opportunità.”
La risposta è secca, ogni parola viene pronuncia piano e scandita lentamente. Perché forse l’ordine è con questa modalità che si stabilisce, lentamente e mettendo gli attori sociali sotto la lente d’ingrandimento per poter capire quale formula li fa stare tutti nello stesso spazio.

Abbiamo parlato di presente e di futuro, eppure mi manca un tassello, dopo aver preso fiato la guardo e lei sta aspettando la prossima domanda che esce così:

“Se si guarda indietro cosa cambierebbe?”
“Non cambierei le tappe fondamentali, perché anche le difficoltà legate al riconoscimento professionale e all’adattamento mi hanno resa la donna e la professionista che sono oggi. Se potessi, chiederei alla Viorica del passato di avere un po’ più di pazienza e meno severità verso se stessa.”

Proseguo:

“Se guarda avanti cosa vede?”

“Vedo una strada ancora ricca di progetti, scrittura e impegno sul territorio. Vedo la crescita dei miei figli e la speranza di poter contribuire a una comunità più inclusiva, dove le differenze non siano percepite come minacce ma come risorse.”

Concludo, cercando la frase ad effetto;

“Quale frase sente maggiormente sua?”

“Ogni scelta personale ha un impatto sociale, perché ognuno di noi crea la società.”
Rappresenta l’essenza del mio lavoro e della mia visione del mondo: siamo una rete di relazioni e il benessere del singolo è indissolubilmente legato a quello della comunità.”
Nessuna frase ad effetto, solo una verità sociologica, in fondo nessuna frase potrebbe descrive la piacevole sensazione di essere irradiata dalla forza di una donna che lotta tutti giorni, attraverso il suo lavoro, per il bene della sua comunità, credendo nel cambiamento, combattendo con le sole armi della competenza, la costanza e l’ascolto.

Ci abbracciamo, la ringrazio del tempo del tempo che mi ha riservato, mi accompagna alla porta e poi usciamo dal Palazzo che ospita il Punto di Ascolto, facciamo due passi, la piazza è delimitata da muri e allora, la guardo , sorrido e chiedo:

“Se le venisse data la possibilità di dipingere un muro, cosa farebbe?”
Lei sorride, come una bambina. Forse immagina di poterlo fare, io credo che lei ne sarebbe capace. Prende la borsa e tra le sue carte tira fuori un foglio su cui è racchiuso tutto il suo universo. Me lo mostra, eccolo qua. Forse è giusto che ognuno lo guardi attentamente e decodifichi ogni punto, ogni figura, ogni ramo, perché in fondo Viorica/Viola è così: vuole trasformare il caos in ordine attraverso i suoi punti di forza, il suo universo è un cerchio dove tutto inizia per dare un senso al futuro e si chiude solo quando ogni conflitto si risolve,

Ringrazio Viorica/Viola, per avermi regalato uno spaccato del suo mondo.
Le do un forte abbraccio.
Solo ora che trascrivo l’intervista riesco ad eaborare quello che non ho avuto il coraggio di dirle dal vivo:
grazie Viorica/Viola per ogni piccolo passo che fai. I piccoli passi portano a grandi passi e sono l’antidoto all’immobilità.
Sara Spoletini

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Noha Iraqi

Noha Iraqi... Laureata in Lettere... Scrittrice, poetessa, autrice di racconti, creatrice di contenuti e utente che carica contenuti.

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