TORINO, POLEMICHE SUL NUOVO COMPLESSO ISLAMICO: IBRAHIM YOUNES REPLICA AGLI OPPOSITORI

TORINO, POLEMICHE SUL NUOVO COMPLESSO ISLAMICO: IBRAHIM YOUNES REPLICA AGLI OPPOSITORI
A cura della Direzione
La manifestazione di protesta organizzata a Torino dagli oppositori del progetto per la realizzazione di un nuovo complesso islamico ha suscitato indignazione in una parte della comunità musulmana, che ha espresso solidarietà alla Confederazione Islamica Italiana, promotrice dell’iniziativa.
Sulla vicenda è intervenuto Ibrahim Younes, responsabile del Centro La Mecca – Dar al-Iman, che ha contestato quelle che definisce campagne di allarmismo e di ostilità nei confronti delle iniziative positive promosse dalla comunità musulmana da parte di alcuni organi di informazione.
Nel suo intervento, Younes ha dichiarato:
«Mi chiedo come sia possibile alimentare in questo modo tensioni e disordini contro l’Islam e i musulmani. Perché aumentano la contrapposizione, lo smarrimento e la preoccupazione tra le persone? Non abbiamo forse una Costituzione che ci unisce e che tutti siamo tenuti a rispettare? Non abbiamo assunto un impegno formale a garantire giustizia e uguaglianza a tutti i cittadini?

Mi rivolgo a coloro che scendono in piazza invocando la sicurezza, ma che, allo stesso tempo, finiscono per compromettere una delle più importanti garanzie della libertà religiosa e della convivenza civile. Sanno che le fondamenta della convivenza tra gli esseri umani sono la conoscenza e la fede?
Sanno che nella sola città di Torino i musulmani sono circa 54.000? Uomini e donne che lavorano giorno e notte, contribuiscono al miglioramento della qualità della vita, pagano regolarmente le tasse e rispettano i propri doveri.
Sanno che giovani laureati di origine araba e musulmana lavorano oggi negli ospedali torinesi, nella pubblica amministrazione, negli enti pubblici, al Politecnico e all’Università di Torino, mettendo le proprie competenze al servizio del Paese?
Se il nuovo luogo di culto potrà accogliere non più di mille persone, mentre la comunità musulmana cittadina conta oltre 54.000 fedeli, come si può definire questo progetto un’“invasione”?
Perché la Regione Piemonte si prepara a modificare la normativa urbanistica regionale, rischiando di ostacolare il progetto del grande centro islamico, pur sapendo che la comunità musulmana contribuisce alla crescita economica e allo sviluppo del territorio?
Per concezione e realizzazione, questo centro rappresenta anche un valore aggiunto sul piano artistico e architettonico. La sua architettura arabo-islamica potrà essere motivo di orgoglio per i musulmani di tutto il mondo e per la stessa città di Torino, che ospiterà un’opera capace di coniugare tradizione e modernità, trasformando gli spazi dell’ex fonderia Nebiolo, abbandonati da cinquant’anni, in un nuovo polo culturale.
Le critiche e i ricorsi riguardano anche presunti dubbi sulla gestione e sul finanziamento dell’opera, il cui costo è stimato tra i 15 e i 17 milioni di euro. Su questo punto, la risposta è chiara: dei 17.000 metri quadrati complessivi, soltanto 1.300 saranno destinati alla moschea e agli spazi per la preghiera. La parte restante ospiterà alloggi per studenti, sale studio, spazi culturali e una biblioteca aperta a tutti. Sono davvero eccessivi 1.300 metri quadrati per una comunità di oltre 54.000 musulmani?
Opporsi a un progetto di questo genere, secondo Younes, significa lasciarsi guidare da pregiudizi politici e partitici. Il principio «Chiesa libera in uno Stato libero» sembra essere stato dimenticato proprio da chi si richiama ai valori del liberalismo, trascurando il dettato costituzionale e il diritto alla libertà religiosa tutelato dagli articoli 8 e 19 della Costituzione italiana.
C’è poi una verità che, secondo il responsabile del centro, non viene sufficientemente evidenziata: la moschea non sarà costruita a spese dello Stato o del Comune e non comporterà alcun costo diretto per i contribuenti italiani.
La convivenza tra la comunità musulmana e gli abitanti di Torino dimostra concretamente che tolleranza, pace e sicurezza possono coesistere. Ogni diversa rappresentazione della realtà, conclude Younes, rischia di trasformare iniziative pacifiche in strumenti di contrapposizione e di strumentalizzazione politica».




