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Sociologi: albo negato, occasioni perse per la società

Sociologi: albo negato, occasioni perse per la società

di Sara Spoletini e Viorica Bunduc

La sociologia in Italia fu riconosciuta come scienza solo nel 1962, a Trento dove Bruno Kessler fondò l’Istituto di Scienze Sociali, poi più tardi divenne Facoltà di Sociologia. Era il 5 novembre 1962 e molti studenti provenienti da tutta Italia accorrevano ai corsi per poter studiare la società nel suo complesso e in continuo divenire.
Nonostante altri atenei hanno aperto le porte a questa scienza: Napoli, Roma, Milano Firenze concentrandosi ognuna in un aspetto sociologico; l’Italia a differenza dei paesi anglosassoni e del centro Europa non riconosceva la figura del sociologo come una figura lavorativa. Non riconosce ancora adesso al sociologo le molteplici funzioni che potrebbe avere non solo nella ricerca sociale ma nel ruolo di progettazione, analisi e decisioni che possono rispecchiarsi nei molti ambiti della vita sociale e quindi relazionale: famiglia scuola, salute, lavoro.
In Italia il concetto di sociologia è ancora chiuso negli atenei e abbinato a ricerche e a paradigmi che restano nei manuali per studenti ma che non trovano la giusta applicazione nel mondo reale.
In Italia la sociologia appartiene ai professori, ma ci sono infiniti ambiti che hanno bisogno di quella visione che uniscono il particolare al generale che cercano di rimettere ogni pezzo al proprio posto per ricomporre un unico puzzle che è la società.
Lo sguardo sociologico è un atto di manifesta necessità epistemologica, soprattutto ora in cui sono manifesti tanti fatti e fenomeni sociali che la sociologia ha sempre tenuto sott’occhio e che ha sempre studiato e paventato una necessità di intervento preventivo.
Nelle dinamiche del dibattito pubblico contemporaneo, assistiamo quotidianamente a una proliferazione di narrazioni: opinionisti, commentatori e statisti, sedicenti esperti di dati si alternano nell’interpretazione del presente e nella previsione del futuro. Tuttavia, la complessità delle dinamiche sociali non può essere ridotta a una lettura superficiale o a mere speculazioni estemporanee.
Per offrire un’osservazione epistemologica autentica, rigorosa e radicata nella realtà dei contesti, serve LA SOCIOLOGIA.

A partire dagli anni ’90, la disciplina sociologica ha subito un progressivo processo di emarginazione dai principali contesti di decisione e dibattito mainstream. Questa spinta all’isolamento non è stata casuale. Lo sguardo sociologico, inteso nell’accezione classica e rigorosa di analisi delle strutture di potere, dei conflitti simbolici e delle disuguaglianze, rappresenta una lente critica non addomesticabile e non asservibile a logiche meramente commerciali o di consenso immediato.
Nel corso degli ultimi decenni, si è assistito a un vero e proprio appropriamento indebito degli strumenti metodologici della ricerca sociale. Metodologie complesse sono state decontestualizzate e ridotte a misurazioni superficiali: l’accumulo di dati privi di cornice teorica (big data declinati senza sociologia) e la spettacolarizzazione dei sondaggi hanno trasformato la rilevazione sociale in un prodotto da consumo veloce, privando la comunità dello strumento fondamentale per comprendere le cause profonde dei mutamenti in atto.

Questa marginalizzazione non è solo un dibattito teorico, ma ha conseguenze concrete sulla vita di tutti i giorni e sulla pianificazione dei nostri territori. Un esempio chiaro è la Valutazione di Impatto Sociale (VIS).
La VIS nasce con un obiettivo nobile: capire in anticipo come un grande progetto urbanistico, economico o tecnologico cambierà la vita delle persone e delle comunità. Troppo spesso, però, è stata ridotta a un semplice timbro burocratico o a un calcolo economico fatto a cose già concluse.

Escludere o non coinvolgere appieno i sociologi nella fase di progettazione significa perdere la capacità di intervenire prima che i problemi esplodano. Molte delle crisi a cui assistiamo oggi, la solitudine nelle città, la sfilacciamento dei legami di quartiere, l’aumento delle disuguaglianze e del disagio sociale, le proteste in piazza, si sarebbero potute prevedere e attutire se si fosse usata la sociologia per leggere i primi segnali di sofferenza di un territorio, prima che diventassero emergenze non più gestibili.

Misurare un fenomeno non significa comprenderlo, e correre ai ripari quando il danno è fatto è un fallimento della programmazione. Un dato senza teoria, senza storia e senza la comprensione delle persone reali resta solo rumore di fondo.
Restituire centralità alla sociologia significa rivendicare il valore di una scienza praticabile e concreta, in grado di:
Svelare i meccanismi invisibili che guidano le relazioni umane e le istituzioni;
Superare le contrapposizioni banali che dividono la realtà in sguardi troppo semplici;
Offrire strumenti reali di prevenzione e valutazione d’impatto nei VIS, per aiutare istituzioni e comunità a scegliere meglio.
Nel corso degli anni molte professioni hanno ottenuto il riconoscimento, i sociologi no. Molte sono le proposte di legge presentate per ottenere un albo ma nessuna lo ha mai concretizzato.
In Italia non si crede che la sociologia come scienza e il sociologo come figura professionale possano contribuire a modelli di sviluppo in tutti i campi.
La figura del sociologo in Italia non esiste al di fuori degli atenei, e quindi è escluso dai concorsi e dai tanti ambiti in cui nella quasi totalità dei paesi europei e americani viene considerato.
I quasi 25.000 laureati in Sociologia in Italia si sono dovuti adoperare e inventare occupando altri ruoli, faticosamente tanto da privarli del senso stesso di corporativismo, confronto e condivisione proprio degli appartenenti ad un albo nazionale ha.
In Italia ci sono lauree di serie A e di serie B, ma quando in tv si commentano i fatti che la cronaca ci mette davanti come il fallimento educativo, la mancata inclusione e interculturalità, l’abbandono scolastico e il femminicidio tutti cercano di fare bella figura parlando come i sociologi, cercando di interpretare i fatti a seconda quello che fa più comodo, non sapendo che la sociologia non è una sensazione per ottenere il consenso ma una scienza che elabora modelli per capire i fenomeni.
Per questo anche la Deputazione Centro Italia dell’Associazione Sociologi Italiani (ASI) ribadisce con forza la necessità di riportare la competenza sociologica al centro dei processi di analisi, programmazione e trasformazione sociale. In un’epoca di profonda incertezza, la sociologia non è un lusso per pochi addetti ai lavori, ma un presidio di consapevolezza irrinunciabile per la tenuta di tutta la comunità.

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Noha Iraqi

Noha Iraqi... Laureata in Lettere... Scrittrice, poetessa, autrice di racconti, creatrice di contenuti e utente che carica contenuti.

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