LA LIBERTÀ È SCEGLIERE CON CORAGGIO LA DIREZIONE GIUSTA”

“LA LIBERTÀ È SCEGLIERE CON CORAGGIO LA DIREZIONE GIUSTA”
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ntervista all’avvocato Francesco Miraglia, noto come l’Avvocato dei bambini per i numerosi casi di affido che ha seguito e da qui il titolo di un libro che racconta le storie e il ginepraio burocratico e le falle di sistema che ha incontrato in questi anni. In questa chiacchierata l’Avvocato Francesco Miraglia concede di parlare di sé, della sua carriera forense e delle scelte politiche intraprese ma anche del suo essere semplicemente Francesco.
di Sara Spoletini
E’ complicato organizzare un incontro con l’Avvocato Miraglia, sempre alle pre con le presentazioni dei libri, con gli impegni professionali in Italia e all’estero, come relatore in convegni e ambascia-tore UHRD.
Dopo averlo richiesto da tempo ricevo una mail in cui finalmente mi fissa un appuntamento.
Il fatidico giorno è il 19 settembre ore 17,30 a Milano davanti allo stadio Giuseppe Meazza. Che strano, penso. Me lo immagino più incline a dare un appuntamento nel suo studio dietro la sua scrivania, comunque disdico e riesco a prenotarmi per il 18 settembre a Roma, piazzale Flaminio. Mi viene in contro da Piazza del Popolo, molto meno rigido da come sono abituata a vederlo, accenna un sorriso, dalla sciarpa nero blu deduco che in questa fine giornata di settembre e di inizio campionato ci accingiamo a raggiungere lo Stadio Olimpico costeggiando il Lungo Tevere.
Iniziamo a chiacchierare e mi racconta dei suoi impegni, della stanchezza ma anche della voglia di fare che non finisce mai e allora inizio con le domande
“Avvocato, le chiedo di farsi conoscere per come davvero vorrebbe essere visto dagli altri, chi è Francesco Miraglia?”
F.M .“Prima di tutto sono un uomo libero, e poi un avvocato. Ho sempre cercato di esercitare la professione senza compromessi, senza appartenenze che potessero condizionare le mie scelte e senza arretrare quando ritenevo di dover difendere fino in fondo le persone che rappresentavo.”
La domanda mi sorge spontanea, visto che ultimamente della parola “libertà” se ne fa uso e abuso:
“Cosa significa essere un uomo libero, un avvocato libero?”
L’avvocato senza neanche prendere fiato risponde:
“In alcune battaglie ho pagato personalmente il prezzo delle mie posizioni, ma non ho mai pensato che questo fosse un motivo sufficiente per rinunciare. Credo che la libertà abbia sempre un costo e che i diritti esistano davvero soltanto quando qualcuno è disposto a lottare per difenderli. Per questo non ho mai voluto essere un avvocato accomodante: preferisco essere scomodo, se essere scomodo significa restare indipendente e fedele alle persone che si affidano a me. Dopo oltre ven-ti anni di professione, se devo definirmi con poche parole, direi questo: non ho mai cercato com-promessi con il potere, ho sempre cercato giustizia per chi rappresentavo. E continuerò a farlo, perché nella vita ci sono momenti in cui per difendere i diritti e la libertà bisogna essere disposti anche a pagarne le conseguenze.”
Lo incalzo e domando:
“Ci può essere libertà senza cultura?”
Risponde inclinando il capo e cercando il mio sguardo, come si fa quando si esternano cose im-portanti, allora smetto di prendere appunti e mi connetto ascoltando la risposta.
“Difficilmente. Puoi essere formalmente libero, ma se non hai gli strumenti per comprendere ciò che accade intorno a te la tua libertà sarà sempre limitata. La cultura non significa soltanto avere studiato: significa avere curiosità, capacità critica, voglia di conoscere e soprattutto il co-raggio di pensare con la propria testa. Una persona libera è molto più difficile da condizionare.”, do dice scandendo ogni parola, come se fosse ponderata o forse come se arrivasse direttamente da suo DNA, come se fosse una di quelle verità che non si possono sindacare o interpretare.
Ci fermiamo davanti al Tevere e, incuriosita dal fatto che molti lati delle persone non vengano vi-sti quando sono personaggi pubblici, ma che essi fanno parte della persona e contribuiscono ad af-frontare incarichi, battaglie, stress, chiedo
“ Chi si nasconde dietro alla Sua postura rigida e al Suo sguardo glaciale?”
Dopo aver accennato un sorriso, mani in tasca, risponde:
“Una persona molto meno glaciale di quanto sembri. Probabilmente quella postura è anche una forma di difesa costruita negli anni. Dietro c’è una persona che si emoziona, che si affeziona mol-to, che può soffrire molto e che proprio per questo tende a mostrare meno di quello che sente. Chi mi conosce veramente sa che dietro una certa durezza c’è molta più sensibilità di quanto lasci ve-dere.”
Improvvisamente Roma sente il richiamo dello stadio, una folla che indossa i colori della squadra di casa e in lontananza si vede un gruppo di interisti che intona “C’è solo l’Inter”, ma che oggi ha delle note tristi vista la scomparsa di Mazzola e di cosa ha significato e significherà sempre per l’Inter. Ad essi si aggiunge la voce di quello che ora più che un avvocato mi sembra un ragazzo fe-lice e spensierato, che non sa cosa siano le aule del Tribunale, i diritti dei minori e la burocrazia in generale.
Respiro aria di leggerezza e chiedo:
“Esistono ancora gli ideali?”
“Devono esistere. Senza ideali rimangono soltanto convenienza e interesse personale. Io credo an-cora nella libertà, nella giustizia, nella lealtà e nel diritto di ciascuno di poter difendere ciò in cui crede. Forse oggi dichiararsi idealisti può sembrare fuori moda. A me preoccuperebbe molto di più vivere senza qualcosa per cui valga la pena combattere.” Lo dice serenamente, si sente che il suo cuore è leggero e che il tiepido sole che accompagna la fine di una giornata capitolina è un mio alleato, perché mette a proprio agio il fluire dei pensieri.”
Il Tevere scorre, tra cori e clacson, rombi di motorini e frenate di autobus, arriviamo ad un incrocio dove troviamo persone ancora in fila al chiosco delle granite e gli domando:
“Da dove è partito e dove vuole arrivare?”
“Sono partito dalle aule di tribunale, dal contatto diretto con le persone e dai problemi reali. Con il tempo ho capito che difendere il singolo caso non sempre basta. Quando incontri continuamente le stesse criticità devi decidere se limitarti a denunciarle oppure provare a cambiare le regole. Og-gi voglio fare questo: trasformare l’esperienza professionale in proposte concrete.”
E visto che il punto di partenza è l’essersi affermato nel Diritto di Famiglia, dei Minori e non solo chiedo:
“Perché ha scelto di occuparsi soprattutto di famiglie e minori?”
“Perché nel diritto minorile il tempo ha un valore diverso. Un anno nella vita di un bambino non viene restituito da nessuna sentenza. Un rapporto interrotto con una madre o con un padre, un allontanamento ingiustificatamente prolungato o un ascolto mancato possono lasciare conseguenze profonde. In questi procedimenti non amministriamo soltanto fascicoli: interveniamo nella vita delle persone.”
Mentre attraversiamo la strada, un gruppo di ragazzi in motorino esprime tutto il disappunto per la sciarpa dell’avvocato. Inconsapevolmente mi viene da sorridere pensando che ora, il famoso Av-vocato è solo un interista in trasferta, come tanti, mimetizzato nel gruppo di cui sente forte l’appartenenza. Lui sembra impassibile alle critiche e fiero dei suoi colori accelera il passo per quello che deve essere un rituale sacro, un richiamo che fa della passione un modo per abbandona-re le vesti di un ruolo sociale che altrimenti sarebbe difficile da portare.
Una volta approdati al marciapiede, cercando di evitare con passi buffi e disinvolti le famose bu-che di Roma, proseguo l’intervista itinerante e chiedo:
“Nei tanti casi affrontati ha trovato delle falle nel sistema?”
“Sì. Questo non significa sostenere che magistrati, assistenti sociali o consulenti lavorino male. Ho incontrato professionisti straordinari. Ma esistono criticità ricorrenti: tempi troppo lunghi, va-lutazioni che rischiano di trasformarsi in fatti, difficoltà di accesso agli atti, provvedimenti tem-poranei che diventano quasi permanenti e un ascolto del minore che talvolta resta più formale che sostanziale. Un sistema autorevole non deve temere controlli e verifiche.”
Non posso non chiedere:
“Cosa cambierebbe nel sistema degli affidi?”
“L’allontanamento deve essere realmente l’ultima soluzione. Prima di separare un bambino dalla propria famiglia bisogna chiedersi cosa possa fare lo Stato per aiutare quella famiglia. Servono maggiore trasparenza, distinzione rigorosa tra fatti e valutazioni, controlli indipendenti, tempi certi e un ascolto effettivo del minore. La tutela di un bambino non coincide automaticamente con il suo allontanamento.”
Recentemente l’Avvocato che ribaltato tanti casi, che ha vinto tantissime cause, che è considerato uno dei più tenaci, caparbi e acuti delle aule dei tribunali in tema di minori ha scelto di mettersi in gioco politicamente e allora chiedo:
“Da qui nasce la proposta di legge di iniziativa popolare sui Servizi Sociali?”
“Esattamente. A un certo punto ho ritenuto insufficiente continuare soltanto a denunciare ciò che non funzionava. La proposta nasce dall’esperienza maturata sul campo e punta a maggiore trasparenza, responsabilità, verificabilità delle relazioni, multidisciplinarietà e controlli. Il deposito in Cassazione è previsto per il 28 settembre e da quel momento inizierà la sfida della raccolta firme. Non è una legge contro i Servizi Sociali: è una proposta per rendere il sistema più autorevole e ga-rantista.”
Proseguo a raffica:
“Lei ha assunto posizioni molto forti su diversi casi riguardanti minori. Non teme di essere considerato contro il sistema?”
“No. Non sono contro il sistema. Sono contro l’idea che un sistema, quando sbaglia, pretenda che nessuno lo dica. Ho rispetto per la magistratura e per le istituzioni, proprio per questo pretendo che funzionino. Chiedere verifiche, presentare esposti o sollecitare l’intervento delle istituzioni non significa emettere sentenze. Significa utilizzare gli strumenti previsti dall’ordinamento.”
“Francesco Miraglia oggi è anche Vicepresidente nazionale di Adesso Italia. Perché ha deciso di entrare in politica?”
“Perché dopo tanti anni trascorsi a confrontarmi con le conseguenze delle leggi ho sentito la re-sponsabilità di provare a partecipare anche alla loro costruzione. Non sono entrato in politica per costruirmi una carriera: una carriera professionale ce l’ho già. Voglio portare nella politica quello che la professione mi ha insegnato sulle persone e sui problemi reali del Paese.”
“Che cosa vuole rappresentare Adesso Italia?”
“Una politica che torni ad ascoltare prima di parlare. Con il Segretario nazionale Maurizio Esposi-to condividiamo l’idea di costruire un progetto basato su competenze, territori, partecipazione e problemi concreti. Esiste un’Italia fatta di persone che lavorano, pagano le tasse, crescono figli, affrontano una sanità in difficoltà, una giustizia lenta e una burocrazia spesso incomprensibile. È a quell’Italia che dobbiamo parlare. Non mi interessa chiedere alle persone da quale partito proven-gano. Mi interessa sapere quale Italia vogliono costruire.”
Scorgiamo in lontananza lo Stadio, e la folla che sventola bandiere che si accinge ad entrare, noi restiamo fermi, per un attimo ascoltiamo quanto rumore fa la vita e quanto sia coinvolgente la trepidazione dei preparativi, eppure torniamo a noi, alla dimensione pubblica e chiedo:
“Qualcuno potrebbe dire che abbia utilizzato battaglie giudiziarie molto mediatiche per costruirsi un futuro politico. Cosa risponde?”
“Rispondo con la mia storia. Quando ho iniziato queste battaglie non avevo alcun incarico politico e spesso espormi mi è costato molto più di quanto mi abbia dato. Non ho scelto bambini e fami-glie perché volevo entrare in politica. Sono entrato in politica perché ho capito che alcune batta-glie non si vincono soltanto in tribunale: bisogna cambiare le leggi. Chi vuole giudicarmi guardi quello che ho fatto prima della politica.”
Guardando lo stadio non possiamo non pensare alle sfide, agli allenamenti alle cadute e alle vitto-rie degli atleti che gareggiano lì dentro, e visto che ognuno di noi è un atleta, a modo suo, della vita, con sconfitte e vittorie, proseguo:
“Qual è la battaglia che Francesco Miraglia vuole ancora vincere?”
“Cambiare una cultura. Chi esercita un potere deve ricordare che quel potere non gli appartiene: gli viene affidato nell’interesse della collettività. Vale per un magistrato, per un politico, per un assistente sociale e per un avvocato. Vorrei contribuire a costruire un Paese nel quale il cittadino non abbia paura delle istituzioni perché sa che sono forti, ma anche trasparenti e responsabili. Lo Stato deve essere forte contro chi viola le regole, non contro chi non ha la forza di difendersi.”
Penso che nonostante non abbia più la postura tirata e si sia uniformato a tutti i tifosi Francesco Miraglia continua a sognare in grande, continua a diversificarti dagli altri, perché mentre gli altri parlano, lui agisce. Mentre gli altri sognano, lui lavora. Ma il lavoro non è il frutto di un sogno? Allora gli chiedo:
“Sono importanti i sogni?”
“Moltissimo. Senza sogni si finisce per vivere soltanto di ciò che è possibile, mentre molte delle cose importanti della mia vita sono nate proprio quando qualcuno mi diceva che erano impossibi-li. Però i sogni da soli non bastano: bisogna avere il coraggio di trasformarli in obiettivi e la de-terminazione per pagarne anche il prezzo.”
Torna ad essere sicuro, schietto, testardo, convinto e convincente, come tutti coloro che si sono guadagnati le vittorie cm dopo cm, minuto dopo minuto allenando intelligenza, resistenza, compe-tenza e coraggio.
Siamo arrivati e allora la domanda è semplice:
“Dove vuole arrivare Francesco Miraglia?”
“Non inseguo una poltrona. Vorrei arrivare al giorno in cui alcune battaglie per le quali oggi dob-biamo alzare la voce diventino semplicemente diritti riconosciuti. Se riuscirò a lasciare una legge migliore, qualche garanzia in più e qualche famiglia maggiormente protetta, avrò ottenuto molto più di qualsiasi incarico. Alla fine i ruoli passano. Quello che resta è ciò che hai avuto il coraggio di cambiare.”
Cerco di metterlo in difficoltà, e domando:
“Se domani le togliessero incarichi, ruoli, titoli e visibilità, cosa resterebbe di Francesco Mi-raglia?”
Nonostante il mio sguardo allusivo, rimane disinvolto e con vigore ribadisce:
“Resterebbe quello che sono sempre stato: un uomo libero e un avvocato disposto a dire no quan-do tutti preferiscono dire sì. I ruoli finiscono, gli incarichi passano e la notorietà non conta nulla se perdi la libertà di pensare e il coraggio di difendere ciò in cui credi. Non mi interessa essere ri-cordato per la posizione che ho occupato, ma per le battaglie che non ho avuto paura di combatte-re.”
Il tempo che ho a disposizione sta per finire, un ultima curiosità ha bisogno di risposta, chiedo:
“Qual è il finale più bello di un libro che ha letto?”
“Mi affascinano più i finali che lasciano qualcosa dentro che quelli che spiegano tutto. Proba-bilmente sceglierei Il piccolo principe, perché dietro l’apparente semplicità lascia una riflessione enorme sull’amore, sull’assenza e su ciò che continua ad esistere anche quando non possiamo più vederlo. I libri migliori, per me, non finiscono con l’ultima pagina: continuano a lavorarti dentro.”
Sorride.
Sorrido.
“L’essenziale è invisibile agli occhi. Non si vede bene che con il cuore.” Pronunciamo insieme questa frase all’unisono, come fosse un mantra. Ridiamo delle ovvietà che svelano la semplicità delle cose.
Forse non si aspettava questa domanda, e forse non si aspettava che una giornata caotica ci fosse spazio anche per Antoine de Saint-Exupéry e il suo piccolo bambino che cercava di farsi capire dai grandi, che cercava amore pensava. Non riesco a capirlo subito ma a posteriori ci ve-do delle affinità. Forse l’Avvocato pensava ad un finale diverso e proseguo:
“Cosa la fa sorridere?”
“Le persone intelligenti che sanno non prendersi troppo sul serio, una battuta fatta al momento giusto, una cena con persone a cui voglio bene e quei momenti semplici nei quali per qual-che ora puoi dimenticare telefoni, tribunali e responsabilità. E naturalmente mi fa sorridere l’Inter quando vince. Quando perde, diciamo che riesce a tirare fuori una parte decisamente meno sorridente di me. Essere interista significa anche questo: soffrire parecchio, ma continua-re sempre a crederci.”
E mentre io finisco le domande la partita inizia. Il sole si prepara a tramontare e giunge ì l’ora dei saluti. Auguro un grande in bocca al lupo all’avvocato che, con l’augurio che non smetta di vedere in ogni bambino che incontra un Piccolo Principe, e di trovare la sua stella. Francesco Miraglia sorride, ringrazia e sistemandosi la sciarpa si volta e svanisce tra la folla.




