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Unione per l’Italia: “Non passa lo straniero? La sfida dell’integrazione oltre la politica della paura”

Sicurezza, regole e integrazione: il dibattito sull’immigrazione non può ridursi alla ricerca di un nemico

AgenPress. Il tema dell’immigrazione torna ancora una volta al centro della politica italiana e, in particolare, del dibattito interno alla destra. A Pontida, il 20 settembre 2026, lo slogan scelto dalla Lega di Matteo Salvini è stato “Non passa lo straniero”, richiamo esplicito a un linguaggio patriottico e identitario.

Giorgia Meloni ha annunciato invece un provvedimento che dovrebbe introdurre un numero massimo di studenti stranieri per classe, sostenendo che «i bambini italiani non possono sentirsi minoranza in classe».

Sul fronte più radicale del dibattito, Roberto Vannacci ha rilanciato il tema della “remigrazione” e ha proposto anche un Ministero dell’Assimilazione, incaricato, secondo quanto da lui illustrato, di valutare elementi quali la conoscenza della lingua italiana, della storia e della civiltà del Paese.

Sono posizioni politiche legittimamente presenti nel confronto democratico. Ma proprio perché il tema è così delicato, sarebbe utile chiedersi se la questione dell’immigrazione debba essere affrontata soprattutto attraverso la contrapposizione tra “italiani” e “stranieri”, oppure attraverso una politica capace di distinguere chi rispetta le regole da chi le viola, chi vuole integrarsi da chi rifiuta le regole della convivenza.

Un principio dovrebbe essere semplice: la responsabilità deve essere individuale.

Chi commette un reato deve risponderne secondo la legge, indipendentemente dalla sua nazionalità. Allo stesso modo, chi lavora, studia, paga le tasse, rispetta le regole e partecipa alla vita della comunità dovrebbe essere considerato per ciò che fa e non soltanto per il Paese nel quale è nato.

Questo non significa negare i problemi legati all’immigrazione. Sicurezza, rispetto delle leggi, controllo dell’immigrazione irregolare, conoscenza della lingua, inserimento scolastico e lavorativo sono questioni reali sulle quali lo Stato deve intervenire.

La stessa linea del Governo, per esempio, viene descritta dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi come una combinazione di contrasto all’immigrazione irregolare, rimpatrio di chi non ha titolo a rimanere e apertura di canali legali di ingresso.

Il problema nasce quando una questione complessa viene trasformata in una contrapposizione identitaria permanente.

Uno straniero che delinque non rappresenta tutti gli stranieri. Un italiano che delinque non rappresenta tutti gli italiani.

È una distinzione elementare, ma indispensabile se si vuole costruire una società nella quale la sicurezza non diventi sinonimo di diffidenza verso un’intera categoria di persone.

C’è poi un aspetto spesso trascurato: gli immigrati non dovrebbero essere considerati soltanto come persone sulle quali le istituzioni devono intervenire. Molti di loro chiedono di essere coinvolti.

Chiedono regole chiare, percorsi seri di integrazione, maggiore accesso alla formazione, possibilità di partecipare alla vita sociale e istituzionale e, contemporaneamente, leggi applicate con fermezza nei confronti di chi sbaglia, senza distinzioni basate sulla nazionalità.

È una prospettiva diversa: non una politica costruita sugli immigrati, ma una politica costruita anche con gli immigrati.

L’integrazione, infatti, non può essere un processo a senso unico. Richiede certamente che chi arriva in Italia conosca la lingua, rispetti le leggi e comprenda i principi fondamentali della società nella quale vive. Ma richiede anche che le istituzioni sappiano ascoltare chi vuole diventare parte della comunità.

In questi giorni è arrivata da Roma una vicenda che merita attenzione proprio perché racconta qualcosa che spesso scompare dal dibattito pubblico.

In una scuola del quartiere Centocelle, un tredicenne ha aggredito con un coltello la propria insegnante. A fermarlo è intervenuto un compagno di origine congolese, che lo ha disarmato, contribuendo a impedire che l’aggressione avesse conseguenze ancora più gravi. La docente è stata poi dimessa dall’ospedale con una prognosi di quindici giorni.

Il gesto di quel ragazzo non cancella i problemi dell’immigrazione, così come un episodio criminale commesso da uno straniero non può definire milioni di persone.

Ma ci ricorda una cosa importante: le persone non possono essere racchiuse nella categoria con cui vengono descritte.

In quel momento non c’erano “italiani contro stranieri”. C’erano un insegnante, degli studenti e un ragazzo che ha deciso di intervenire per fermare la violenza. È questa la società reale, molto più complessa degli slogan politici.

Il confronto sull’immigrazione dovrebbe quindi spostarsi dalla domanda “quanti stranieri possiamo accettare?” a una serie di domande più concrete:

Quanti percorsi di integrazione siamo capaci di costruire?

Come garantiamo che chi arriva conosca la lingua e le regole?

Come interveniamo rapidamente quando qualcuno commette reati?

Come facciamo in modo che chi lavora e contribuisce alla società possa sentirsi realmente parte della comunità?

Come coinvolgiamo le seconde generazioni e le associazioni delle comunità straniere nelle decisioni che le riguardano?

Sono domande meno semplici di uno slogan, ma probabilmente più vicine alla realtà quotidiana.

In questo scenario si colloca la nascita di Unione per l’Italia, che, secondo la descrizione fornita dal movimento, pone tra i propri obiettivi inclusione e integrazione e una politica fondata su competenza, dialogo, partecipazione democratica, responsabilità istituzionale e bene comune.

L’impostazione dichiarata parte dall’idea che una società coesa possa crescere attraverso il contributo di tutte le componenti della comunità.

È una proposta che dovrà essere valutata, come qualsiasi altra forza politica, sulla base dei programmi concreti, delle risorse necessarie e della possibilità effettiva di trasformare gli obiettivi dichiarati in politiche pubbliche.

Il punto centrale, però, è interessante: l’integrazione non come concessione fatta a qualcuno, ma come investimento nella coesione nazionale.

La stessa impostazione viene collegata da Unione per l’Italia alla sanità pubblica, con l’obiettivo dichiarato di garantire un servizio universale e omogeneo dal Nord al Sud.

Da qui nasce la proposta denominata “Franchising Sanitario”: ospedali appartenenti a Regioni diverse ma organizzati secondo standard comuni, con riferimento alle stesse cure, alle medesime professionalità e ad apparecchiature sanitarie comparabili.

L’idea, nella sua formulazione politica, è quella di ridurre le differenze territoriali nell’accesso alle cure.

È un terreno sul quale il tema dell’inclusione può diventare molto concreto: non soltanto discutere di identità, ma chiedersi se una persona che vive a Milano, Palermo, Torino, Napoli o in un piccolo comune debba avere possibilità comparabili di accedere a cure di qualità.

Difendere una politica di integrazione non significa sostenere che tutto sia permesso. Al contrario, l’integrazione ha bisogno di regole.

Chi arriva in Italia deve rispettare la legge italiana. Chi commette reati deve essere perseguito. Chi non ha titolo per rimanere nel Paese è sottoposto alle procedure previste dall’ordinamento. Chi vuole diventare cittadino italiano deve rispettare i requisiti stabiliti dalla legge.

Ma una società democratica può contemporaneamente chiedere rispetto delle regole e rifiutare l’idea che l’origine geografica determini il valore morale di una persona.

È questa forse la distinzione fondamentale: sicurezza senza discriminazione, integrazione senza ingenuità, accoglienza accompagnata dalla responsabilità e responsabilità accompagnata dalla dignità della persona.

La politica italiana ha davanti a sé una scelta di linguaggio e soprattutto di metodo. Da una parte ci sono gli slogan che tracciano un confine: “Non passa lo straniero”.

Dall’altra c’è la possibilità di costruire una politica nella quale il confine non sia tra italiani e stranieri, ma tra rispetto e violazione delle regole, responsabilità e irresponsabilità, partecipazione ed esclusione.

Una società coesa non si costruisce negando le differenze. Si costruisce stabilendo regole comuni e facendo in modo che chi vive nel Paese abbia la possibilità — e il dovere — di rispettarle.

Perché, alla fine, non è il luogo in cui una persona nasce a renderla migliore o peggiore di un’altra. Sono le sue scelte e i suoi comportamenti a definirla.

Aurelio Coppeto – portavoce di Unione per l’Italia.

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Noha Iraqi

Noha Iraqi... Laureata in Lettere... Scrittrice, poetessa, autrice di racconti, creatrice di contenuti e utente che carica contenuti.

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