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Un combattente egiziano… un progetto di martire Racconto breve

Un combattente egiziano… un progetto di martire
Racconto breve

Di Noha Iraqi

Alcune storie non vengono cancellate dal tempo, e alcune imprese non possono essere racchiuse nelle pagine della storia. Quando il protagonista di una vicenda è ancora tra noi, parla con la propria voce e torna con la memoria alle scene della guerra, le parole diventano una responsabilità e la scrittura si trasforma in un ponte tra una generazione che ha costruito la vittoria e generazioni che non hanno vissuto quei momenti.

Questa non è soltanto una storia tratta dai libri di storia, ma la testimonianza di un uomo egiziano che ha imbracciato le armi, ha affrontato la morte ed è tornato dal cuore della battaglia per raccontarci come l’amore per la patria possa essere più forte del dolore e come il combattente egiziano sia riuscito a trasformare la scarsità delle risorse in un’epopea di eroismo e sacrificio.

È una storia vera raccontata dalla voce di uno dei protagonisti della guerra di Ottobre, ancora vivo e testimone diretto di quegli eventi. La racconta non per scrivere un’autobiografia, né per una gratificazione personale, ma per lasciare una testimonianza e contribuire alla memoria storica.

Tanto che accompagnò suo figlio Sabri al Museo di Abu Atwa, affinché anche la nuova generazione potesse vedere la verità prima che la storia venisse falsificata.

Mostafa Tolba è un testimone della storia della gloriosa guerra di Ottobre. Tolba non cercava fama né riconoscimenti; voleva raccontare la testimonianza di una generazione che aveva vissuto la guerra, visto la morte da vicino e affrontato un nemico superiore per armi ed equipaggiamento, ma incapace di sconfiggere la volontà del combattente egiziano.

La storia di Mostafa Tolba iniziò anni prima della guerra, nel quartiere di Shubra, in un ambiente che ne aveva formato il patriottismo, alimentato la mente e consolidato dentro di lui il significato dell’appartenenza.

Andava al Souq al-Azbakeya, il celebre mercato dei libri usati del Cairo, e metteva da parte cinque ta‘rifa della sua paghetta per comprare un libro capace di nutrire la sua mente e il suo spirito. Non era il solo a farlo: era un’abitudine diffusa tra molti giovani della sua generazione, una generazione che conosceva il valore del libro e credeva che la costruzione dell’essere umano iniziasse dalla mente e dalla consapevolezza

Forse proprio quell’educazione fu uno dei mattoni che contribuirono a formare la sua personalità: quella di un uomo che non considerava la patria una semplice parola, ma un valore per il quale valeva la pena sacrificarsi.
Quando compì diciotto anni, si recò insieme a un gruppo di giovani presso l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, desideroso di partecipare ai combattimenti. Volevano fare qualcosa per la propria patria e per la propria causa, ma l’organizzazione respinse la loro richiesta perché erano troppo giovani, non erano ancora entrati nell’esercito egiziano e non avevano svolto il servizio militare.
Nonostante ciò, li ringraziò per il loro atteggiamento patriottico e apprezzò il loro entusiasmo e il desiderio di partecipare.

Allora non sapeva che quella strada, iniziata con tanto slancio, lo avrebbe condotto, pochi anni dopo, a una delle fasi più dure della guerra di Ottobre.
L’amore che venne dopo la patria… e il significato del sacrificio
Durante la giovinezza, Mostafa conobbe una ragazza greca della quale si innamorò. Lei voleva iniziare con lui una nuova vita in uno dei Paesi europei e gli aveva persino procurato un’opportunità di lavoro presso una multinazionale.
Insistette perché partisse con lei e cercò di convincerlo a lasciare l’Egitto e a cominciare una nuova vita. Ma lui rifiutò.
Il suo rifiuto non era rivolto né al lavoro né all’amore. Sentiva semplicemente che c’era qualcosa che doveva venire prima di tutto: il servizio militare.
Le disse:

«Parti tu. Quando avrò terminato il servizio militare, ti raggiungerò».
Lei partì, ma lui non la raggiunse.
Dopo essere entrato nell’esercito egiziano per svolgere il servizio militare, scelse le Forze Speciali, che considerava uno dei reparti più duri. Poi scoppiò la guerra, i sogni cambiarono e la strada scelta da Mostafa prese una direzione completamente diversa.
Non svolgeva il servizio militare in maniera convenzionale: voleva rimanere sempre sul campo. Usciva con la sua unità per compiere un’operazione contro il nemico, tornava vittorioso e poi insisteva per uscire nuovamente con il gruppo che aveva il turno successivo.
Una volta, dopo aver portato a termine la sua prepararsi a partire e salì sul loro camion.

Quando il comandante della compagnia iniziò l’appello, si accorse della sua presenza sul mezzo e gli ordinò di scendere, spiegandogli che quella non era la sua missione e che aveva già compiuto il proprio incarico.
Ma lui rifiutò.
Disse:
«Vado a combattere, signore».
Nacque una discussione tra i due. In quel momento passò il comandante del Gruppo 139 Combattimento, il colonnello Ahmed Osama Ibrahim, accompagnato dal comandante delle Forze Speciali.
Quando il comandante delle Forze Speciali venne a conoscenza dell’accaduto, disse:
«Vorrei che l’esercito egiziano e tutti gli uomini delle Forze Speciali fossero come Mostafa Tolba».
Quelle parole furono un riconoscimento per un combattente che voleva essere sempre in prima linea, e gli valsero una promozione di un grado.
Tolba non cercava la promozione. Cercava il martirio e la dignità.
Una guerra senza equilibrio negli armamenti
Quando scoppiò la guerra di Ottobre, Mostafa entrò in battaglia come se stesse andando a fare una passeggiata. La morte non rappresentava per lui un motivo per arretrare.
Considerava la patria più grande della paura e la difesa di essa un onore senza paragoni.

Ma la realtà militare era evidente: gli armamenti egiziani non erano equiparabili a quelli del nemico.
Tolba racconta che il loro armamento equivaleva a circa il 10 per cento di quello del nemico.
Gli israeliani disponevano di armi più moderne e di mezzi corazzati che garantivano una grande protezione ai soldati, mentre il combattente egiziano, in molte situazioni, si trovava ad affrontare quel vantaggio con mezzi limitati.

Tolba descrive la differenza in maniera ancora più chiara quando racconta che, in uno degli scontri, la forza del nemico era circa venti volte superiore alla loro.
In un’altra situazione, stima che il nemico disponesse di 6.000 combattenti corazzati, mentre davanti a loro vi fossero circa 500 combattenti egiziani che combattevano con mezzi limitati contro soldati protetti da mezzi corazzati.

La differenza non riguardava soltanto il numero degli uomini e degli armamenti.
Esisteva anche un enorme divario nella gittata delle armi.
Mostafa racconta nella sua testimonianza che la forza che si trovarono davanti era composta da due brigate corazzate e una brigata di paracadutisti.

Le forze egiziane che la affrontarono, invece, erano costituite da due battaglioni di Forze Speciali e un battaglione di paracadutisti dotati di armamento leggero.
La mitragliatrice utilizzata dal nemico, secondo il racconto di Tolba, aveva una gittata di 1.000 metri, mentre quella in suo possesso non superava i 300 metri.
Anche nel cielo la differenza era ancora più evidente: gli aerei nemici potevano rimanere in volo da un’ora a un’ora e mezza, mentre gli aerei egiziani potevano rimanere in volo per circa 45 minuti

Quattro numeri bastano a mostrare l’enorme squilibrio:
• 10 per cento degli armamenti;
• circa 20 volte tanto nella stima della differenza di forze;
• 1.000 metri contro 300;
• da un’ora a un’ora e mezza contro 45 minuti.

Eppure, quei numeri non furono sufficienti a spezzare la volontà del combattente egiziano.
Dice Tolba:
«Lo spirito egiziano è difficile da descrivere con qualsiasi parola. Le lettere della lingua araba non sono sufficienti a descriverlo. Ma io l’ho vissuto e l’ho messo in pratica».
Era quello spirito, secondo lui, ad aver creato l’equilibrio e ad averlo persino superato.

Come gli uomini delle Forze Speciali fermarono il piano di Sharon?
Dopo il successo delle forze israeliane nell’infiltrarsi attraverso la breccia di Deversoir, a ovest del Canale di Suez, nella notte del 16 ottobre 1973, il generale israeliano Ariel Sharon iniziò ad avanzare verso Ismailia.

L’obiettivo era occupare la città, interrompere le linee di rifornimento e di comunicazione della Seconda Armata da campo, accerchiarla e ottenere così un importante vantaggio militare e politico prima del cessate il fuoco.
Il materiale storico sul quale si basa questa testimonianza parla di una grande forza israeliana composta da unità corazzate e paracadutisti.
Alle Forze Speciali egiziane rimaneva un solo obiettivo:
impedire a Sharon di raggiungere Ismailia.

Il comando egiziano era consapevole della gravità della situazione. Se le forze israeliane fossero riuscite a raggiungere Ismailia e ad accerchiare la Seconda Armata da campo, ciò avrebbe rappresentato un grave pericolo per l’andamento della guerra e per i suoi risultati.
Abu Atwa… la strada che si trasformò in un’imboscat

Il villaggio di Abu Atwa si trovava alla periferia di Ismailia, a una distanza stimata di circa 4-5 chilometri dalla città.

La strada di cui parla Tolba, che da Nefisha passava per Abu Atwa fino ad arrivare al campo di El Galaa, era lunga, secondo la sua testimonianza, circa 3-4 chilometri.
Il campo di El Galaa era l’obiettivo principale che il nemico voleva raggiungere.
La strada era stretta e circondata da alberi di mango e giardini, offrendo alle Forze Speciali un luogo ideale per nascondersi e mimetizzarsi.

Gli uomini delle Forze Speciali uscivano di notte, tra cui quelli del 133° e del 223° battaglione, secondo il racconto di Tolba, a volte per organizzare imboscate e altre per effettuare ricognizioni.

Sharon inviava jeep per la ricognizione, poi avanzava un carro armato e tornava indietro, come se stesse testando la strada e cercando qualsiasi segno della presenza delle forze egiziane.

I combattenti egiziani, invece, erano nascosti in profondità, «nel ventre della strada», come lo descrive Mostafa Tolba.

La strada era in discesa.

Avevano ricevuto ordini chiari: non aprire il fuoco senza un ordine.

Sharon passò e poi tornò. Passò nuovamente.
Continuò ad avanzare e ritirarsi finché non si convinse che non vi fossero forze egiziane.
I soldati trattenevano la rabbia, il sangue ribolliva nelle loro vene, ma rispettavano il piano Poi arrivò il momento.

La forza israeliana entrò nella stretta strada con circa sette o otto carri armati e penetrò nel punto in cui le Forze Speciali erano nascoste.

All’improvviso il nemico si trovò al centro del fuoco.

Le raffiche partirono da ogni direzione.

I carri armati non erano più in grado di manovrare come volevano e iniziò un violento scontro.

 

Nel primo combattimento, le Forze Speciali riuscirono a distruggere quattro o cinque carri armati, costringendo Sharon a ritirarsi.

Ma la battaglia non era finita.
Lo stesso Sharon rimase gravemente ferito.

«Munizioni… munizioni»

Sharon tornò all’attacco più tardi, durante la notte.

Il bombardamento continuava: cannoni, mortai e aviazione. Il nemico lanciava anche bombe illuminanti, che i combattenti chiamavano «le lanterne», per individuare le loro posizioni.
All’improvviso Mostafa sentì un sussurro:

«Munizioni… munizioni…».
Capì che la situazione era grave.
Non voleva usare la radio, temendo che il nemico potesse intercettare il segnale e capire che le munizioni stavano finendo.

Agì in un istante, senza consultare il comandante del gruppo.
Corse verso il punto di rifornimento delle munizioni e tornò con un veicolo carico.

Ma non salì sul veicolo.
Corse davanti ad esso, perché conosceva i sentieri ed era diventato una sorta di guida per il mezzo, conducendolo lontano dalle zone esposte e dal fuoco nemico.

Stava combattendo contro il tempo.
Sapeva che se il nemico avesse scoperto che le munizioni stavano finendo, avrebbe potuto lanciare un nuovo

attacco contro le forze egiziane.
A facilitare il compito contribuì anche il fatto che fosse un atleta di alto livello e disponesse di un’eccellente preparazione fisica.

Dopo l’arrivo delle munizioni, il combattimento riprese.
Il nemico continuava a lanciare bombe illuminanti e il fuoco arrivava dai cannoni, dai mortai e dagli aerei, mentre Mostafa cercava di proteggere il veicolo delle munizioni e di condurlo verso posizioni nascoste.

Gli scontri continuarono.
Per tre giorni, le Forze Speciali e i paracadutisti combatterono contro le forze israeliane.

Mostafa Tolba ricorda che il numero dei carri armati distrutti durante questi scontri superò quota 22.

Più di ventidue carri armati distrutti in tre giorni, nonostante l’enorme disparità negli armamenti e nelle risorse.

Due battaglioni di Forze Speciali e un battaglione di paracadutisti si trovavano di fronte a una forza israeliana corazzata che, secondo Tolba, era composta da due brigate corazzate e una brigata di paracadutisti.

Ancora una volta, i numeri mostrano la portata dello scontro:
7 o 8 carri armati entrarono nel cuore dell’imboscata.

4 o 5 carri armati furono distrutti nel primo scontro.
Più di 22 carri armati furono distrutti in tre giorni.

1.000 metri contro 300 nella gittata delle mitragliatrici.
Da un’ora a un’ora e mezza contro 45 minuti nella durata della permanenza in volo.

La disparità era enorme, ma il risultato non fu quello sperato dal nemico.

Medin… e Kadri

La battaglia di Abu Atwa non fu l’unica impresa rimasta nella memoria di Mostafa.

Per lui, la guerra non era fatta soltanto di mappe e carri armati, ma anche di nomi impossibili da dimenticare.
Con lui c’era un soldato di nome Kadri, addetto alle comunicazioni, e un altro soldato di nome Medin, il cui compito principale era occuparsi degli indumenti dei soldati.

degli indumenti dei soldati.
Nessuno dei due era addestrato al combattimento o all’esecuzione delle missioni, ma entrambi insistettero per uscire con il gruppo.
Medin portava sulla schiena una «gerbandiya» contenente granate RPG e munizioni.

Durante una delle missioni, si muovevano di notte e il nemico lanciava le «lanterne» per illuminare la zona e individuare le truppe.
Quando le bombe illuminanti cadevano, si fermavano, poi riprendevano a muoversi.

All’improvviso iniziò il bombardamento.
Medin era con loro e avanzarono verso la fonte del fuoco.
Mostafa si voltò e vide che la «gerbandiya» che Medin portava si era spezzata.

Tornò da lui, si inginocchiò e tagliò la manica della propria giacca, legandola al carico che Medin portava sulla schiena, affinché potesse continuare a muoversi.

Poi Mostafa avanzò, continuando a tenere gli occhi su Medin in mezzo al fuoco.

Secondo la sua stima, il nemico disponeva di 6.000 combattenti corazzati, mentre loro erano circa 500 uomini che combattevano praticamente a petto scoperto.

Dopo essere avanzato, Mostafa si voltò verso il retro e vide una fiammata.
Un proiettile aveva colpito Medin e le munizioni che trasportava.

Medin cadde martire e le munizioni andarono perdute con lui.
Poi venne il turno di Kadri.
Anche lui aveva insistito per uscire con il gruppo.

Il bombardamento si intensificò e tutti si gettarono a terra.
Mostafa vide Kadri muoversi cercando di evitare i colpi.

Poi si voltò verso di lui e disse:
«Spostati un po’, così posso prendere la mia posizione e vederli».
Mostafa si spostò per un momento.
Nell’istante successivo, un proiettile colpì Kadri alla testa, tra l’elmetto e la testa.

Kadri cadde.
Fu un altro momento che il tempo non avrebbe mai potuto cancellare.
Mostafa dice:
«Non dimenticherò mai Medin né Kadri».

Una gamba ferita… e il combattente torna in battaglia
Mostafa fu ferito a una gamba e trasportato all’ospedale di Qassasin.
Ma l’ospedale non era il luogo in cui voleva rimanere.

Fuggì, si fasciò la gamba con delle garze e tornò al combattimento.
E non fu l’unico a farlo: anche altri suoi compagni fecero lo stesso e persino di più.

Il dolore c’era, la ferita c’era, il pericolo era ovunque, ma per loro il dovere era più grande di tutto questo.
La morte era presente, ma non riusciva a impedire loro di compiere ciò che consideravano un dovere.

24 ottobre… dietro il filo spinato del nemico
Il 24 ottobre, all’inizio del cessate il fuoco, Tolba compì un’altra impresa.
Si infiltrò nel campo nemico con l’obiettivo di recuperare qualsiasi equipaggiamento o mina che riuscisse a prendere, per consegnarla ai compagni rimasti fuori, affinché fosse inviata ai laboratori egiziani.

Ma fu scoperto e catturato.
Lo stavano conducendo verso il luogo destinato ai prigionieri.
Quando sembrava che il suo destino fosse ormai nelle loro mani, Dio gli ispirò un’idea per distrarre la loro attenzione.
Fece una mossa che li confuse, poi si lanciò oltre il filo spinato e fuggì.

Secondo il suo racconto, non poterono sparargli perché ciò avvenne proprio all’inizio del cessate il fuoco.

La morte lo aveva accompagnato a ogni passo, ma non le permise di diventare una barriera tra lui e ciò in cui credeva.
Tolba riassume quella fase della sua vita con una frase dal significato profondo:
«La morte non aveva alcun peso nelle nostre vite».

Altri eroi nella battaglia di Abu Atwa
L’eroismo della battaglia non fu opera di un solo combattente. Vi parteciparono numerosi uomini i cui nomi sono rimasti legati ai suoi eventi e alle sue testimonianze.

Tra i nomi maggiormente associati agli atti di eroismo della battaglia, secondo le informazioni contenute nel materiale, vi è il maggiore Ibrahim El-Desouky, che distrusse un carro armato e tre veicoli cingolati prima di cadere martire.

Vi fu inoltre il maggiore Sadeq Abdel Wahid, responsabile delle operazioni del 133° battaglione delle Forze Speciali, che si occupò di dirigere i movimenti e coordinare gli attacchi.

Si distinse anche l’allora tenente Ahmed Alami Kamel Hussein, che partecipò alle operazioni di ricognizione e all’individuazione delle posizioni nemiche.

Con lui, in alcune operazioni di infiltrazione e ricognizione dietro le linee nemiche, vi era il sergente maggiore Ibrahim Al-Saoudi.

Tra i protagonisti vi era anche il colonnello Ahmed Osama Ibrahim, comandante del Gruppo 139 delle Forze Speciali.

Tra gli altri eroi figurano Abdel Aziz Tantawi, che partecipò alla resistenza contro le forze israeliane, e il generale Magdy Shehata, il cui nome è legato alla gestione delle imboscate e alla direzione degli attacchi.

Questi nomi rappresentano una parte di un’epopea più ampia, alla quale parteciparono numerosi combattenti, e non devono essere considerati come se l’eroismo appartenesse a una sola persona.

A Ismailia è stato istituito il Museo militare di Abu Atwa, che conserva sette carri armati e attrezzature israeliane, oltre a un monumento commemorativo dedicato alla memoria dei caduti.
Quei reperti rimangono testimonianze materiali di una battaglia combattuta da uomini dotati di risorse limitate, ma capaci di impedire al nemico di raggiungere il proprio obiettivo

.Se le forze israeliane fossero riuscite a occupare Ismailia, ciò avrebbe rappresentato un grave pericolo per la Seconda Armata da campo e avrebbe potuto provocare un cambiamento significativo nel corso della guerra e nei suoi risultati politici e militari.

Ma le Forze Speciali egiziane, insieme ai combattenti e agli abitanti di Ismailia, si opposero all’avanzata di Sharon e impedirono alle sue forze di raggiungere la città.

Un progetto di martire
Quando Mostafa Tolba torna con la memoria a quei giorni, non parla di sé come di un eroe invincibile, né racconta la propria storia come quella di un uomo che non poteva essere sconfitto.

Parla invece di un’intera generazione: una generazione cresciuta con la lettura e la consapevolezza, educata a considerare la patria una responsabilità e la sua difesa non uno slogan da pronunciare nelle occasioni ufficiali, ma una scelta che si dimostra nei momenti più difficili.

Andava al Souq al-Azbakeya e metteva da parte cinque ta‘rifa della sua paghetta per acquistare un libro.
A diciotto anni andò con i suoi compagni all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, desideroso di combattere.

Poi rifiutò l’opportunità di viaggiare e lavorare in Europa per poter svolgere il servizio militare.

Quando scoppiò la guerra, si ritrovò nel cuore della battaglia: chiedeva una missione dopo l’altra e tornava sul campo anche dopo essere stato ferito.
Affrontò carri armati che lo superavano per gittata e armamenti, corse davanti a un veicolo carico di munizioni per condurlo fino ai suoi compagni, legò il carico di Medin con la manica della propria giacca e poi lo vide cadere martire.

Perse Kadri davanti ai suoi occhi, ma continuò a portarne il ricordo dentro di sé.

E in tutto questo non vedeva la morte come una fine davanti alla quale arrendersi, ma riteneva che esistesse qualcosa di più grande della vita individuale: la dignità della patria.

Forse questa è la verità più profonda contenuta nella sua testimonianza.
Il combattente non crea da solo l’eroismo. A crearlo sono anche l’ambiente in cui è cresciuto, i valori nei quali ha creduto, i compagni che gli stanno accanto e l’obiettivo per il quale vale la pena sacrificarsi.

Mostafa Tolba era un «progetto di martire», ma rimase vivo per portare con sé la testimonianza di coloro che vissero quei giorni e di coloro che conobbero il significato di trovarsi davanti a un nemico superiore per armamenti, mentre si era superiori a lui nella volontà.

Quando gli fu chiesto dello spirito egiziano, non trovò parole sufficienti per descriverlo e si limitò a dire:
«Lo spirito egiziano è difficile da descrivere con qualsiasi parola.

Le lettere della lingua araba non sono sufficienti a descriverlo, ma io l’ho vissuto e l’ho messo in pratica».

Così la sua esperienza si è trasformata in una vera e propria testimonianza vivente: la testimonianza di uomini che non misurarono il valore della patria in base alla quantità delle armi che possedevano, ma in base a ciò che portavano nel cuore: la fede in essa.
In tempo di guerra si possono contare carri armati, munizioni e soldati; si possono registrare distanze, numeri ed eventi nelle pagine della storia.

Ma nessuno può misurare quanto amore per la propria patria possa contenere il cuore di un uomo.
Ed è qui che rimane la testimonianza.
Rimane la patria.

 

E rimangono coloro che entrarono in guerra come progetti di martiri, per poi tornare, alcuni di loro, a portare con sé le voci di coloro che non fecero ritorno.
E, in conclusione, dedichiamo questa storia a tutte le generazioni presenti e future, non per intrattenerle né per una semplice lettura, ma perché il suo obiettivo è più profondo e più grande di qualsiasi desiderio personale.

È una storia che vuole ricordare, documentare e consegnare alle nuove generazioni la voce di chi c’era.

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Noha Iraqi

Noha Iraqi... Laureata in Lettere... Scrittrice, poetessa, autrice di racconti, creatrice di contenuti e utente che carica contenuti.

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